BERLINO – “One Tech Company”: la rivoluzione appena annunciata da Siemens modificherà profondamente l’architettura di uno dei leader mondiali nell’applicazione industriale dell’intelligenza artificiale. E in quest’intervista con Repubblica e i partner Lena, l’amministratore delegato Roland Busch snocciola i principi che hanno ispirato la ristrutturazione interna del colosso tedesco: “agilità”, “semplificazione”, “rapidità”. Ma sono gli stessi principi, è la stessa rivoluzione di cui l’Europa ha urgentemente bisogno per non perdere la corsa con gli Stati Uniti e la Cina nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Perché nel suo utilizzo in ambito industriale, Busch è convinto che l’Europa abbia un potenziale enorme. Ma prima vanno …
BERLINO – “One Tech Company”: la rivoluzione appena annunciata da Siemens modificherà profondamente l’architettura di uno dei leader mondiali nell’applicazione industriale dell’intelligenza artificiale. E in quest’intervista con Repubblica e i partner Lena, l’amministratore delegato Roland Busch snocciola i principi che hanno ispirato la ristrutturazione interna del colosso tedesco: “agilità”, “semplificazione”, “rapidità”. Ma sono gli stessi principi, è la stessa rivoluzione di cui l’Europa ha urgentemente bisogno per non perdere la corsa con gli Stati Uniti e la Cina nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Perché nel suo utilizzo in ambito industriale, Busch è convinto che l’Europa abbia un potenziale enorme. Ma prima vanno cambiate le regole, a partire dall’Antitrust e dal Data Act europeo, che al momento sono ostacoli sostanziali allo sviluppo di un ambito cruciale per il futuro del continente. Quanto agli allarmi sulla bolla IA, l’amministratore delegato non pensa siano giustificati.
L’intelligenza artificiale va regolamentata? Negli Stati Uniti c’è una discussione enorme sul rischio che vada fuori controllo.
“Certo che deve essere regolamentata. Se chiedi a un modello di IA qualsiasi: ‘Per favore, forniscimi la ricetta per un’arma chimica’, la risposta dovrebbe sempre essere: ‘No’. E in effetti succede così: provateci. Ma anche se tu dici all’IA: ‘Voglio che tu prenda questa foto di un mio amico per modificarla’, penso che dovrebbero esserci dei limiti, in particolare quando si usano dati personali. È un ambito in cui l’IA dovrebbe essere regolamentata. E sono anche convinto che dobbiamo pensare a come regolamentarla in modo che non vada completamente fuori controllo. È un punto che va affrontato”.
La Cina e gli Stati Uniti hanno investito enormi quantità di denaro nell’IA. Secondo lei l’Europa dovrebbe promuoverla di più con soldi pubblici, con progetti comuni?
“Penso che debbano essere anzitutto le aziende private a investire nelle tecnologie di intelligenza artificiale. Non può sempre essere il governo a risolvere tutto: deve esserci anche denaro privato e fondi di investimento, da allocare in modo adeguato. E c’è un enorme potenziale da sfruttare. Il contributo più importante che un governo possa fornire è un quadro normativo che acceleri l’innovazione, che la sostenga e garantisca la possibilità di migliorare rapidamente la tecnologia nel mercato europeo. Dobbiamo creare dei veri e propri campioni industriali dell’IA europei. Ci sono ottimi esempi di aziende solide che utilizzano la tecnologia dell’IA in Italia, in Spagna, in Polonia, in Germania e in altri Paesi”.
Cosa pensa delle leggi europee sull’intelligenza artificiale?
“Ci sono tre leggi in fase di elaborazione: l’IA Act, il Data Act e il Cyber Security Act. Ma il Data Act è ancora in fase di elaborazione e, nella sua versione attuale, rischia di causarci enormi problemi. Se guardiamo all’IA, ai modelli più all’avanguardia, è chiaro che i migliori si trovano ancora negli Stati Uniti e in Cina. Insomma, è un treno che abbiamo perso. Ma ciò che è ora in gioco e che, a nostro avviso, presenta il potenziale più alto in termini di ritorno sugli investimenti nell’IA, è quella industriale. L’IA industriale richiede competenze specifiche: tecnologie, ma anche dati. Tutti i big model non sono ancora addestrati sui dati industriali. E parliamo di dati di progettazione, dati che riguardano le serie temporali, dati di produzione manifatturiera e dati provenienti dalle ispezioni visive. E il Data Act vorrebbe costringere sostanzialmente le aziende a esporre il proprio know-how e a cederlo. È del tutto contraddittorio affermare che la scommessa più grande sia attualmente quella di creare campioni europei nell’IA se poi ci impediscono di proteggere i nostri dati. Il Data Act va modificato”.
Qual è il problema, concretamente?
“Attualmente i dati non solo mostrano cosa fa una macchina, ma anche come lo fa. Prendiamo una locomotiva: i dati provenienti da una locomotiva non rivelano solo la velocità e la temperatura: forniscono anche informazioni su come funziona il motore, come viene controllato e come è ottimizzato per risparmiare energia. Se devo condividere questi dati, sto condividendo la mia proprietà intellettuale con qualcun altro che può fare lo stesso. E la conseguenza logica, per qualsiasi azienda, è che non ha alcun incentivo a investire nella locomotiva più efficiente del mondo se è costretta a condividerne i dati essenziali e chiunque può imitarla”
Anche negli Stati Uniti c’è un dibattito sui modelli di AI chiusi o aperti, e in Cina sono prevalentemente aperti.
“Sì ma il settore industriale e le applicazioni che vengono usate lì si collocano in un ambito diverso. Peraltro è proprio in questo ambito che, a mio avviso, l’Europa, la Germania e l’Australia stanno creando qualcosa di veramente competitivo, sul piano globale”.
Ritiene che le norme antitrust europee siano obsolete? Che dovrebbero essere aggiornate per consentire anche ai giganti europei di crescere?
“Sì, dobbiamo rivedere profondamente le norme antitrust in Europa. Se si vive in un mondo in cui la dimensione è fondamentale e l’obiettivo è creare una piattaforma di IA industriale, ma la misura di riferimento sono 27 mercati e, una volta raggiunta una quota elevata in uno di essi, si impedisce alle imprese di andare oltre, sarà impossibile creare un’azienda di dimensioni significative in Europa che sia in grado di competere con quelle cinesi o americane. Perché queste ultime possono sempre sfruttare la dimensione enorme del proprio mercato interno. Gli Stati Uniti rappresentano un mercato da 30mila miliardi, la Cina da 20mila miliardi; in Europa il mercato più grande è la Germania. E vale 5.500 miliardi. Quindi, se non sfruttiamo l’opportunità di crescere all’interno del mercato europeo, ci stiamo danneggiando da soli”.
Lei teme ci sia una bolla dell’IA?
“Stiamo assistendo alla più grande scommessa della storia su una tecnologia. Ed è vero che gli investimenti sono enormi. Ma non è una bolla nel senso che si tratti esclusivamente di denaro preso in prestito. Il denaro viene speso da aziende che generano flussi di cassa. E quindi, a differenza delle bolle del passato, è una storia diversa. Parliamo di aziende con una solida base finanziaria alle spalle. L’altro punto è che la bolla non scoppierà perché crediamo fermamente che un ritorno ci sarà. L’IA si diffonderà in molti ambiti in cui creerà davvero un ritorno. Lo sappiamo, lo vediamo. Possiamo aumentare la produttività del 20-30% utilizzando l’IA. Intendo dire che gli ingegneri diventano il 50% o l’80% più produttivi. Quindi c’è un valore sostanziale dietro”.
La Germania oscilla da anni tra stagnazione e recessione. Come può uscirne? Lei consiglia il governo Merz.
“Sì, abbiamo parlato di competitività, innovazione e, in sostanza, di come far crescere nuovamente l’economia tedesca dopo quattro anni di stagnazione. E il problema non è solo il prezzo dell’energia, ossia che non riceviamo più gas a basso costo dalla Russia. E’ che negli ultimi 20 anni abbiamo investito troppo poco nelle nostre infrastrutture. E la situazione è davvero grave. Lo si vede, ad esempio, dal funzionamento dei treni in Germania. Come la Cina, l’Europa deve essere messa in grado di espandersi nel proprio mercato. La Cina lo ha fatto molto rapidamente, in questi ultimi anni. E ciò sta colpendo duramente la Germania. E forse il segno più evidente è il settore automobilistico. La prima cosa da fare riguarda le aziende: devono innovare più rapidamente, adottare l’intelligenza artificiale, passare alle tecnologie digitali il più velocemente possibile, ridiventare competitive anzitutto investendo”.
Ma c’è speranza che la Germania si riprenda?
“La Germania è in una situazione difficile, ma non dimentichiamoci che ha aziende estremamente solide e un’economia molto forte. Siamo ancora la terza economia più grande al mondo, e si tratta di un terzo posto molto solido, davanti a Giappone e India. E abbiamo un enorme potenziale. Ma non è garantito per sempre. Il modello operativo degli ultimi 10, 20 anni non funziona più. Dobbiamo cambiarlo. E il cambiamento consiste nel concentrarci sul futuro. Forse alcune vecchie economie non sono più quelle giuste da sostenere in Germania. Forse bisogna cambiare, trovare i settori giusti e puntare tutto sulle nuove tecnologie”.
La preoccupa l’ascesa dell’Afd?
“Come Paese e come azienda traiamo vantaggio da team diversificati e dall’essere aperti e accoglienti verso chi vuole venire nel nostro Paese, vuole lavorare e dare il proprio contributo. Dobbiamo attrarre i migliori talenti del mondo, farli venire da noi e farli sentire a proprio agio. Questa è la politica che vogliamo adottare, questa è la linea che intendiamo seguire. Qualsiasi cosa che vada nella direzione opposta non è positiva per la Germania e non è positiva per Siemens”.