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Un’autostrada per portare l’Italia oltre la “valle della morte”

Il nuovo campus della Bovisa progettato da Renzo Piano dove avrà sede Tef

 

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La missione di Tef, la fondazione no profit creata da Bocconi e PoliMi, è spingere la ricerca a diventare impresa tecnologica. Ora anche grazie a partnership con Berkeley e l’Mit
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ROMA – La valle della morte in cui si perde l’innovazione italiana si vede bene in un grafico. Nella parte sinistra, quella delle pubblicazioni scientifiche di alto livello, siamo al vertice globale, perfino sopra – in rapporto al Pil – a Canada, Germania, Francia e Stati Uniti. Peccato che al passo successivo, le domande di brevetto, il nostro Paese già cada sul fondo. E a quello ancora successivo, gli investimenti di rischio in startup ad alta intensità tecnologica, precipiti ancora più giù, staccatissimo dagli Stati Uniti ma anche dai vicini europei.

«In Europa, e ancora più in Italia, le università sono piene di ottime idee, ma non diventano imprenditoriali», spiega Luca de Angelis, che quel grafico lo ha messo all’inizio della presentazione di Tech Europe Foundation. «La nostra missione è togliere questo tappo, creare un meccanismo che renda possibile convertire la scienza in impresa. Perché, in realtà, non c’è alcun ostacolo strutturale che lo impedisce».

ROMA – La valle della morte in cui si perde l’innovazione italiana si vede bene in un grafico. Nella parte sinistra, quella delle pubblicazioni scientifiche di alto livello, siamo al vertice globale, perfino sopra – in rapporto al Pil – a Canada, Germania, Francia e Stati Uniti. Peccato che al passo successivo, le domande di brevetto, il nostro Paese già cada sul fondo. E a quello ancora successivo, gli investimenti di rischio in startup ad alta intensità tecnologica, precipiti ancora più giù, staccatissimo dagli Stati Uniti ma anche dai vicini europei.

«In Europa, e ancora più in Italia, le università sono piene di ottime idee, ma non diventano imprenditoriali», spiega Luca de Angelis, che quel grafico lo ha messo all’inizio della presentazione di Tech Europe Foundation. «La nostra missione è togliere questo tappo, creare un meccanismo che renda possibile convertire la scienza in impresa. Perché, in realtà, non c’è alcun ostacolo strutturale che lo impedisce».

Una nuova autostrada

In gergo si chiama trasferimento tecnologico, attività che secondo molti è meglio che l’accademia esternalizzi e lasci gestire a enti terzi. Se non fosse che l’ambizione di Tef, la fondazione no profit creata un anno e mezzo fa da due grandi università milanesi, il pubblico Politecnico dei super ingegneri e la privata Bocconi dei rampanti manager, è più ampia, e nel nostro Paese non ha precedenti né nome. «Ci possiamo definire un ecosystem builder», un costruttore di ecosistema, dice de Angelis, che prima di dirigerlo si occupava della strategia sui chip del ministero delle Imprese. O in termini più evocativi «l’Autostrada del sole del ventunesimo secolo». L’immagine è di Maurizio Tamagnini, che con il suo Fondo Fsi è stato tra i fondatori, insieme ai due atenei, alla Camera di Commercio di Milano e al Gruppo Ion di Andrea Pignataro, mentre la famiglia Doris figura tra i primi donatori.

I modelli europei

Questa autostrada de Angelis e la sua squadra hanno iniziato a costruirla metro dopo metro un anno e mezzo fa, ispirandosi ad analoghe entità straniere. L’ormai consolidato UnternehmerTUM di Monaco, creato e finanziato da Susanne Klatten, erede della dinastia Bmw, o il nuovo BII di Copenhagen, creatura del colosso farmaceutico Novo Nordisk. In sostanza, si tratta di accompagnare gli scienziati nei vari passi che li possono portare a fare azienda, con altrettanti specifici programmi. Finanziamenti alla ricerca di base nei settori delle tecnologie profonde, su cui l’Italia ha grandi competenze e vantaggi competitivi, dai chip allo spazio, dalla robotica all’IA applicata al mondo fisico; educazione all’imprenditorialità; sostegno alla brevettazione; test di mercato e startup dell’impresa, fino a che questa – attraversata la valle della morte – non ottiene fondi pubblici o attira i primi capitali di rischio.

«I ricercatori sono giustamente innamorati di quello che fanno, il passaggio a un approccio e una mentalità orientati al mercato è la cosa davvero difficile», spiega de Angelis. «Noi li aiutiamo immettendo stimoli, capitale umano e manageriale, contatti con industria, mentori, finanziatori e potenziali clienti».

Obiettivo mille startup

Tef ha finanziato il primo centinaio di ricerche, formato le prime coorti di studenti, supportato la crescita delle prime startup. Ha già qualche caso promettente da mostrare, come Adaptronics, giovane azienda che sviluppa una tecnologia che permette ai robot di afferrare gli oggetti attraverso forze elettrostatiche. Ma siamo appena all’inizio di un processo che richiede tempo e verrà fatto salire di scala progressivamente. L’obiettivo è arrivare a supportare mille embrioni di startup, nati da 300 progetti di ricerca. Per farlo servirà un miliardo di euro, al momento siamo a 130 milioni. E in attesa di occupare il suo spazio definitivo nel nuovo campus di Renzo Piano alla Bovisa, dove i suoi imprenditori avranno accesso ai più avanzati laboratori di ricerca, Tef sta allargando la rete di partnership internazionali. E’ appena stata siglata una con l’Università di Berkeley, cervello pulsante della Silicon Valley, per progetti di ricerca e trasferimento congiunti, e una seconda è in discussione con l’Mit di Boston: «Impariamo da chi questo mestiere lo fa da anni e diamo alle nostre imprese una prospettiva globale», dice de Angelis.

Avviare la macchina

In generale è tutto il modello, no profit e basato sulle donazioni, che in Italia deve dimostrare di poter funzionare. La scommessa non banale di Politecnico e Bocconi, che hanno abbattuto gli steccati e conferito a Tef i loro incubatori di impresa e fondi di investimento, nasce dalla convinzione che l’unione faccia la forza, che la scala sia cruciale per competere nel panorama dell’innovazione. L’idea di de Angelis invece è che la natura no profit sia la più adatta «ad assorbire il rischio imprenditoriale prima che sia appetibile per gli investitori» e a portare avanti una missione di sistema come quella di Tef. E che tutto questo possa essere sostenuto in massima parte da un meccanismo di donazioni, in un Paese che a differenza degli Stati Uniti non ne ha una grande tradizione. «Il primo obiettivo era costruire la macchina e metterla in movimento – spiega – e solo dopo fare raccolta di fondi. Per l’obiettivo che ci siamo dati serve tanto tempo e tanto lavoro, se funzioni davvero oppure no potremo valutarlo tra cinque anni».

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