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Big Oil investe in Venezuela. A Eni la gestione del maxi giacimento Junín 5

Il segretario Usa dell'Energia, Chris Wright, e la presidente venezuelana Delcy Rodriguez (afp)
In occasione della visita a Caracas del segretario Usa dell’Energia, Chris Wright, diverse compagnie internazionali hanno siglato accordi petroliferi
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MILANO – Per l’oil&gas venezuelano è scoccata l’ora degli accordi. Dopo mesi di trattative e promesse – accompagnate da calorosi inviti da parte del governo degli Stati Uniti – le grandi compagnie internazionali si sono messe in fila per siglare contratti con Caracas.

A Eni un giacimento nell’Orinoco

Tra queste spicca l’italiana Eni. L’occasione, come per tutti gli altri deal, è stata la visita nella capitale sudamericana del segretario Usa dell’Energia, Chris Wright. Il gruppo guidato da Claudio Descalzi ha firmato con la compagnia di Stato Pdvsa un accordo che attribuisce all’italiana il ruolo di operatore esclusivo del maxi giacimento di petrolio Junín 5, situato nella ricca Fascia dell’Orinoco.

Il Cane a sei zampe, presente nel Paese dal 1…

MILANO – Per l’oil&gas venezuelano è scoccata l’ora degli accordi. Dopo mesi di trattative e promesse – accompagnate da calorosi inviti da parte del governo degli Stati Uniti – le grandi compagnie internazionali si sono messe in fila per siglare contratti con Caracas.

A Eni un giacimento nell’Orinoco

Tra queste spicca l’italiana Eni. L’occasione, come per tutti gli altri deal, è stata la visita nella capitale sudamericana del segretario Usa dell’Energia, Chris Wright. Il gruppo guidato da Claudio Descalzi ha firmato con la compagnia di Stato Pdvsa un accordo che attribuisce all’italiana il ruolo di operatore esclusivo del maxi giacimento di petrolio Junín 5, situato nella ricca Fascia dell’Orinoco.

Il Cane a sei zampe, presente nel Paese dal 1998, opera nell’area dal 2010, ma fino a ieri la gestione del sito era congiunta con Pdvsa (al 60%). Per i prossimi 25 anni, invece, Eni sarà responsabile tecnica, finanziaria e commerciale di un campo di petrolio pesante che oggi produce circa 12 mila barili al giorno, ma che si stima contenga 35 miliardi di barili in posto certificati.

Secondo Bloomberg, Junín 5 potrebbe raggiungere quota 400 mila per la fine del decennio, con un investimento di circa 1,5 miliardi di dollari l’anno. Il contratto è frutto della nuova legge sugli idrocarburi approvata dall’assemblea a inizio anno, dopo il blitz americano che ha deposto l’ex presidente Nicolás Maduro.

Una lunga lista di partner

Eni non è la sola a essersi fatta avanti. La statunitense Chevron ha siglato un accordo da oltre sette miliardi per raddoppiare la produzione nel Paese, ma la lista è lunga e potrebbe includere anche le europee Shell, Bp e Repsol. In parallelo, l’amministrazione di Donald Trump si è assicurata l’accesso a 65 miliardi di barili venezuelani attraverso l’intervento della privata North American Blue Energy Partners.

Ormai al centro delle mire straniere, Caracas starebbe valutando l’uscita dall’Opec, il cartello dei produttori di greggio. Washington non si esprime - «spetta a loro decidere», ha glissato Trump - e resta convinta del progetto: il Venezuela potrà generare oltre due milioni di barili al giorno entro il 2030.

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