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Galli: “L’Italia cresce poco. Serve un aumento dei salari per rilanciare l’economia”

L'economista Giampaolo Galli 

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L’economista: “Non vedo tesoretti, la manovra avrà margini estremamente stretti e rischia di essere una delle più piccole del governo Meloni”
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ROMA – «L’Italia va piano». E l’inflazione può frenarla ancora. Giampaolo Galli, economista e direttore scientifico dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’università Cattolica, vede una manovra senza tesoretti e con «margini estremamente stretti».

Professor Galli, quale Italia raccontano i dati Istat?

«L’Italia va piano. Anche se nel secondo trimestre il Pil è cresciuto dell’1% sull’anno. Ma rimane poco. Negli ultimi due trimestri mi aspetto una lenta progressione, senza segni meno».

Quanto preoccupa l’inflazione schizzata in agosto al 3,3%?

«C’è un balzo della componente energetica, al +18% sull’anno. È un problema mondiale, conseguenza della semichiusura dello Stretto di Hormuz e in parte dei dazi. La variazione mensile dell’indice generale è dello 0,5%: moltiplicata per dodici mesi fa il 6%. Non banale».

Torneranno a salire i tassi di interesse?

«Aumentano le probabilità che la Fed e la Bce li aumentino. Anche se l’inflazione al netto dell’energia, quella di fondo, rimane sotto…

ROMA – «L’Italia va piano». E l’inflazione può frenarla ancora. Giampaolo Galli, economista e direttore scientifico dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’università Cattolica, vede una manovra senza tesoretti e con «margini estremamente stretti».

Professor Galli, quale Italia raccontano i dati Istat?

«L’Italia va piano. Anche se nel secondo trimestre il Pil è cresciuto dell’1% sull’anno. Ma rimane poco. Negli ultimi due trimestri mi aspetto una lenta progressione, senza segni meno».

Quanto preoccupa l’inflazione schizzata in agosto al 3,3%?

«C’è un balzo della componente energetica, al +18% sull’anno. È un problema mondiale, conseguenza della semichiusura dello Stretto di Hormuz e in parte dei dazi. La variazione mensile dell’indice generale è dello 0,5%: moltiplicata per dodici mesi fa il 6%. Non banale».

Torneranno a salire i tassi di interesse?

«Aumentano le probabilità che la Fed e la Bce li aumentino. Anche se l’inflazione al netto dell’energia, quella di fondo, rimane sotto controllo. Un rialzo dei tassi renderebbe più difficile raggiungere gli obiettivi di deficit, perché spinge la spesa per interessi sul debito. Ma anche più dura la vita delle imprese e di chi ha mutui a tasso variabile. Può deprimere gli investimenti».

Il deficit scenderà sotto il 3%?

«È abbastanza probabile che raggiunga il 2,9% previsto quest’anno. Che sia 3,1, 3 o 2,9%, dal punto di vista della sostanza economica la differenza è quasi inesistente. Ma uscire dalla lista dei sorvegliati speciali è un obiettivo politico del governo».

Ci saranno tesoretti per la manovra?

«Tesoretti non ne vedo. La legge di bilancio avrà margini estremamente stretti e rischia di essere una delle manovre più piccole del governo Meloni. Se l’esecutivo punta a un deficit inferiore al 3% anche nel 2027, gli spazi per le promesse elettorali sono molto limitati».

La clausola di salvaguardia su energia e difesa può aiutare?

«Non a tagliare le accise. Anche perché quel taglio beneficia soprattutto chi ha redditi più alti e spende di più per la benzina. E non aiuta a consumare meno, che è la funzione dei prezzi in condizioni di scarsità; altrimenti si finisce con il razionamento. La Commissione ci chiede di compensare le fasce deboli con aiuti mirati. Le spese extra in energia e difesa che l’Europa ci consente di fare senza conteggiarle nel deficit non potranno sostituire il Pnrr: sono aumenti di spesa temporanei. Ma la clausola si estingue nel 2029. Da allora bisognerà tagliare qualche spesa o aumentare qualche entrata per rendere possibile l’aumento della spesa militare».

L’industria è in recessione. Come si rilancia l’economia italiana?

«Non certo facendo ancora deficit: non è la soluzione. L’Italia è uno dei Paesi che nei decenni ne ha fatto di più. C’è invece spazio, dal punto di vista delle imprese, per aumenti salariali più consistenti. Nel passato abbiamo avuto sindacati troppo forti. Oggi sono troppo deboli ed è un problema. Questo è il momento in cui devono tornare a farsi valere».

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