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Uber, la strana alleanza con gli autisti contro i robotaxi. Anche l’app ora teme la nuova tecnologia

(reuters)
Le case produttrici di veicoli a guida autonoma iniziano a offrire servizi agli utenti. E la storica piattaforma di aggregazione teme di passare in secondo piano
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MILANO – Il nemico del mio nemico è mio amico. Nel tentativo di arginare l’ascesa dei robotaxi, ormai in grado di gestire le prenotazioni con piattaforme proprie, Uber cerca alleati tra i sindacati degli autisti. La categoria con cui a lungo si è scontrata.

Uber e autisti contro un nemico comune

“Potrebbe sembrare ironico”, ammette lo stesso presidente della società californiana, Andrew Macdonald. Fondato a San Francisco nel 2009, nei primi anni il gruppo era diventato il simbolo di quella Silicon Valley che, in nome dell’innovazione, era disposta a chiudere un occhio sulle tutele dei lavoratori. “Quando Uber è stata lanciata, ci siamo concentrati intensamente sulla crescita. Credevamo, a ragione, di stare costruendo qualcosa di prezioso, ma non abbiamo pres…

MILANO – Il nemico del mio nemico è mio amico. Nel tentativo di arginare l’ascesa dei robotaxi, ormai in grado di gestire le prenotazioni con piattaforme proprie, Uber cerca alleati tra i sindacati degli autisti. La categoria con cui a lungo si è scontrata.

Uber e autisti contro un nemico comune

“Potrebbe sembrare ironico”, ammette lo stesso presidente della società californiana, Andrew Macdonald. Fondato a San Francisco nel 2009, nei primi anni il gruppo era diventato il simbolo di quella Silicon Valley che, in nome dell’innovazione, era disposta a chiudere un occhio sulle tutele dei lavoratori. “Quando Uber è stata lanciata, ci siamo concentrati intensamente sulla crescita. Credevamo, a ragione, di stare costruendo qualcosa di prezioso, ma non abbiamo prestato sufficiente attenzione alle implicazioni sociali”, prosegue il manager durante un evento sul tema.

A più di vent’anni di distanza, le priorità dell’azienda sembrano essersi allineate con quelle dei sindacati: fermare l’ascesa di chi tenta di disintermediare la stessa Uber. La rivoluzione tecnologica, questa volta, rischia di sottometterla. Ha così iniziato a promuovere limiti all’introduzione dei taxi a guida autonoma in alcune città statunitensi, sostenendo la necessità di una diffusione più graduale di questi veicoli per facilitare la transizione degli autisti. In un documento pubblicato lo scorso maggio, ricostruisce il Financial Times, l’azienda ha sottolineato come i guadagni dei lavoratori siano diminuiti a Los Angeles e a San Francisco, dove devono affrontare la concorrenza di Waymo, la start up di Alphabet per la guida autonoma.

Uber, infine, si è fatta portavoce di norme che impongono alle piattaforme dei servizi di mobilità (ride hailing, in inglese) di disporre di “reti ibride” che combinino auto a guida autonoma con autisti umani. Quello che, in fondo, sta tentando di fare lei stessa.

Uber fa i suoi interessi?

Non stupisce, dunque, che qualcuno nel settore ritenga che il nuovo atteggiamento dell’azienda sia tutt’altro che disinteressato. “Affinché i veicoli autonomi possano diffondersi su larga scala, i conducenti devono perdere terreno”, ha confessato un ex dirigente di alto livello di Uber all’FT. “L’obiettivo di Uber è sopravvivere alla transizione”.

L’azienda è al lavoro su una propria tecnologia di guida autonoma, ma è in ritardo rispetto ai rivali. Per recuperare terreno, sta virando verso un modello di partnership con le case produttrici di questi veicoli, stanziando oltre 10 miliardi di dollari. Accade, ad esempio, a Londra, dove oggi prende il via il servizio di robotaxi in collaborazione con la britannica Wayne.

La necessità di reindirizzare le risorse verso il nuovo business ha spinto il management ad annunciare un taglio di circa 3.300 posti di lavoro, pari al 10% del personale globale.

Alcuni sindacalisti restano scettici

I sindacati faticano ad avere una posizione comune sul tema. “In alcuni casi ci siamo ritrovati dalla stessa parte” di Uber, afferma Manny Pastreich, presidente di 32BJ, l’associazione che dà voce agli autisti di New York. Pastreich, il leader sindacale del Massachusetts, ricorda invece come l’azienda non abbia combattuto in difesa degli autisti in oltre 20 stati degli Stati Uniti – California, Nevada e Texas tra gli altri – dove i veicoli autonomi hanno incontrato meno resistenze. “Laddove Uber, per ragioni strategiche proprie, si oppone all’introduzione di questi veicoli, ne approfitteremo”, concorda Pastreich. “Ci conterò? No. Non lo farò”.

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