✕

Tagli alla sanità pubblica, Dirindin: “Si premiano le cliniche private, servono più risorse”

Ascolta l'audio

Intervista a Nerina Dirindin, economista sanitaria già sottosegretaria alla Salute: “Gli ospedali statali producono risultati migliori e tutelano i fragili, non c’è studio che dica il contrario”
2 minuti di lettura

«È una scelta fatta per penalizzare la sanità pubblica, sapendo che quella privata ne avrebbe tratto vantaggio». Nerina Dirindin, economista sanitaria, docente di economia pubblica all’Università di Torino, commenta l’ultima analisi della Fondazione Gimbe sui dati Ocse e non usa mezzi termini.

L’Italia è l’ultima economia del G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite, con 3.952 dollari a testa contro una media europea di 4.965, e scivola al 15° posto tra i 27 Paesi Ocse europei. La spesa pubblica per la salute è ferma al 6,2% del Pil, mezzo punto sotto la media Ocse ed europea (7,1%).

Il problema sono le risorse insufficienti, o spendiamo male quello che abbiamo?

«Non escludo che possano esserci ancora degli sprechi, ma il problema è la carenza di personale: medici, infermieri e altre professioni sa…

«È una scelta fatta per penalizzare la sanità pubblica, sapendo che quella privata ne avrebbe tratto vantaggio». Nerina Dirindin, economista sanitaria, docente di economia pubblica all’Università di Torino, commenta l’ultima analisi della Fondazione Gimbe sui dati Ocse e non usa mezzi termini.

L’Italia è l’ultima economia del G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite, con 3.952 dollari a testa contro una media europea di 4.965, e scivola al 15° posto tra i 27 Paesi Ocse europei. La spesa pubblica per la salute è ferma al 6,2% del Pil, mezzo punto sotto la media Ocse ed europea (7,1%).

Il problema sono le risorse insufficienti, o spendiamo male quello che abbiamo?

«Non escludo che possano esserci ancora degli sprechi, ma il problema è la carenza di personale: medici, infermieri e altre professioni sanitarie. Dal 2005 soffriamo di un vincolo di legge che impone alle regioni di spendere nelle assunzioni l’1,4% in meno rispetto al 2004. Negli anni nessun governo è di fatto mai intervenuto, se non durante il Covid».

Non è riuscito o non ha voluto?

«Noi l’abbiamo chiesto, ma c’era sempre qualche altra esigenza. E alla fine hanno dovuto esternalizzare i servizi, comprare dal privato fino ad arrivare ai gettonisti. Tutto perché il capitolo di spesa sul personale dipendente aveva il tetto bloccato».

Per assumere servono risorse.

«Sì, ma da investire per costruire un patrimonio professionale che possa essere valorizzato, a cui offrire prospettive di carriera e una retribuzione adeguata. Molti non godono delle ferie maturate, altri non rispettano nemmeno i turni di riposo».

Se è così semplice, perché nessun governo ha pensato di invertire la rotta?

«Per l’idea, insita nella cultura neoliberista, che la sanità potesse essere consegnata in gran parte al mercato. Si è pensato che ridurre la capacità di offerta del pubblico non avrebbe creato problemi. In fondo, i cittadini si sarebbero potuti rivolgere al privato».

Quali sono state le conseguenze?

«Tanto sulle politiche sociali quanto su quelle sanitarie, il pubblico produce risultati migliori. Non c’è studio che dica il contrario, basta guardare l’esempio degli altri Paesi. Il privato esclude le persone più fragili. Il sistema pubblico è attento all’appropriatezza delle prestazioni, il privato ad aumentare i volumi. Faccio un esempio: il privato (non accreditato) non è obbligato a rispettare le specializzazioni mediche, nel pubblico sì. Non è un caso che le denunce all’Ordine dei medici stiano crescendo».

Ma il privato non è comunque un’alternativa, per chi può permetterselo?

«Il privato ha puntato sulla diagnostica e la specialistica, a volte con un eccesso di consumo di prestazioni e accertamenti. Anche perché dopo il Covid molte persone hanno maturato ansia nei confronti della propria salute, e capita di affidarsi a medici che non sono sempre quelli più adatti: sta allo specialista, a quel punto, avere la serietà di indirizzarti a chi può prendersi cura di te. Ma è il pubblico a rispondere alle esigenze più importanti, dai ricoveri ospedalieri alle malattie gravi».

Lei ha amministrato la sanità della Regione Sardegna. Il Gimbe parla chiaramente del problema delle liste d’attesa ormai “fuori controllo”. È così?

«Sono trent’anni che in Italia le norme per evitare che le liste d’attesa siano un problema esistono. Il punto è che non vengono rispettate. Dipendono dalla capacità delle singole regioni di organizzarsi e, soprattutto, dalla capacità di riorganizzare l’offerta delle strutture post Covid».

Pensa che anche questo sia una questione risolvibile assumendo più professionisti? «L’integrazione di figure professionali adeguate è una sfida. La sanità pubblica è diventata così inefficiente che i giovani che si affacciano al mondo universitario oggi magari preferiscono non scegliere di fare gli infermieri. Ed è ancora più difficili convincerli, una volta laureati, a rimanere in Italia e non andare per esempio in Germania, dove vengono pagati il 60-70% in più. Ma senza personale, non riusciremo più a riportare il pubblico al livello di prima».

Leggi i commenti