NEW YORK – L’occupazione cresce negli Stati Uniti, creando più posti di lavoro delle attese. Una buona notizia sul piano politico per il presidente Trump, che potrà usarla nella campagna per le midterm di novembre, ma meno positiva per i suoi desideri sui tassi, perché la tenuta del mercato del lavoro elimina una delle preoccupazioni che avrebbe potuto frenare la Federal Reserve, quando nella prossima riunione di metà settembre dovrà decidere se alzare il costo del denaro per frenare l’inflazione.
Non tutto fila liscio per Washington, però, se si considera che il fondo sovrano norvegese vuole ridurre l’esposizione del suo portafoglio verso i titoli del Tesoro americano, proprio per le preoccupazioni legate al debito pu…
NEW YORK – L’occupazione cresce negli Stati Uniti, creando più posti di lavoro delle attese. Una buona notizia sul piano politico per il presidente Trump, che potrà usarla nella campagna per le midterm di novembre, ma meno positiva per i suoi desideri sui tassi, perché la tenuta del mercato del lavoro elimina una delle preoccupazioni che avrebbe potuto frenare la Federal Reserve, quando nella prossima riunione di metà settembre dovrà decidere se alzare il costo del denaro per frenare l’inflazione.
Non tutto fila liscio per Washington, però, se si considera che il fondo sovrano norvegese vuole ridurre l’esposizione del suo portafoglio verso i titoli del Tesoro americano, proprio per le preoccupazioni legate al debito pubblico in crescita e le ricadute della guerra in Iran. Ad agosto l’economia Usa ha creato 162.000 posti di lavoro, soprattutto nei settori dell’ospitalità e l’istruzione a livello locale. Gli analisti se ne aspettavano meno della metà, mentre i dati di luglio sono stati corretti al rialzo, con 55.000 assunzioni in più. Il tasso di disoccupazione è rimasto al 4,1%.
L’effetto del lavoro sulle scelte della Fed
Questi dati dimostrano che l’economia va bene, nonostante l’Iran, e Trump potrà usarli per le midterm. Nello stesso tempo però potrebbero spingere la Fed ad alzare i tassi nella riunione del 15 e 16 settembre, perché non deve preoccuparsi dell’effetto negativo che potrebbe avere sul lavoro, concentrandosi invece sul rialzo dei prezzi favorito dal conflitto nel Golfo Persico e la crisi energetica generate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Trump infatti ha commentato così via social: «Abbassare i tassi di interesse perché gli Usa hanno un credito molto più forte di poco tempo fa! Un Paese forte significa un tasso di interesse migliore. Ha un credito migliore, è molto semplice. Noi dovremmo avere il tasso più basso di qualsiasi Paese al mondo».
Ha minacciato di fermare il commercio con i Paesi con cui gli Usa hanno un deficit commerciale e poi si è rivolto al nuovo capo della banca centrale Kevin Warsh, che ha nominato affinché riduca il costo del denaro: «Il Consiglio della Fed, col suo grande nuovo leader, deve diventare intelligente. Siate patrioti, per una volta. I tassi di interesse alti mettono gli Usa in uno svantaggio molto sleale, e non lo permetterò!».
La decisione del Fondo Norges
Trump alza la pressione, ma il mandato della Fed le affida due compiti: stabilità dei prezzi e occupazione. Visto che il mercato del lavoro resta in buona salute, Warsh potrebbe interpretare in maniera diversa il suo dovere patriottico, puntando ad evitare il ritorno dell’inflazione favorito dall’Iran.
Poi c’è il problema del debito arrivato a 40.000 miliardi di dollari, che insieme alla guerra alimenta la fuga dai bond. Perciò il Norges Bank Investment Management, che gestisce i 2.300 miliardi del fondo sovrano di Oslo, ha proposto di ridurre i titoli di Stato nel suo portafoglio dal 70% al 50%. La mossa penalizzerebbe in particolare gli Usa, facendo scendere di 80 miliardi il totale dei loro bond posseduti, dai 215 attuali. Dunque buone notizie per Trump, ma anche preoccupazioni e avvertimenti per il futuro.