È arrivata l’ora dei colleghi robot
di Filippo SantelliROMA – Ballare, ballano. Saltare, saltano. Correre, corrono più veloci di Usain Bolt. Solo che poi — chi non ha visto le Olimpiadi cinesi di categoria? — si schiantano al muro, cascano, prendono fuoco e vengono portati via in barella. E quindi: a cosa servono, in un mondo già pieno di automazione, questi robot umanoidi? Ecco la domanda da miliardi di dollari. I 5mila miliardi che, stima Morgan Stanley, varrà il mercato nel 2050, con un miliardo di esemplari venduti. Le decine di miliardi che già oggi, soprattutto in Cina, piovono su Unitree e gli altri produttori. «È il grande momento dei robot», ha sancito Time, mettendo in copertina il fondatore Wang Xingxing e il suo colosso GD01, freschi di quotazione record. Varie aziende dell’auto cominciano a sperimentarli nelle fabbriche. Ci si inizia a chiedere, allarmati, come saranno i rapporti con i colleghi Sapiens, specie in caso di sciopero. Utopie di un’umanità liberata dal lavoro si alternano a distopici Blade Runner. Ma le domande ch…
ROMA – Ballare, ballano. Saltare, saltano. Correre, corrono più veloci di Usain Bolt. Solo che poi — chi non ha visto le Olimpiadi cinesi di categoria? — si schiantano al muro, cascano, prendono fuoco e vengono portati via in barella. E quindi: a cosa servono, in un mondo già pieno di automazione, questi robot umanoidi? Ecco la domanda da miliardi di dollari. I 5mila miliardi che, stima Morgan Stanley, varrà il mercato nel 2050, con un miliardo di esemplari venduti. Le decine di miliardi che già oggi, soprattutto in Cina, piovono su Unitree e gli altri produttori. «È il grande momento dei robot», ha sancito Time, mettendo in copertina il fondatore Wang Xingxing e il suo colosso GD01, freschi di quotazione record. Varie aziende dell’auto cominciano a sperimentarli nelle fabbriche. Ci si inizia a chiedere, allarmati, come saranno i rapporti con i colleghi Sapiens, specie in caso di sciopero. Utopie di un’umanità liberata dal lavoro si alternano a distopici Blade Runner. Ma le domande chiave all’incrocio di tecnologia ed economia — dove nasce l’innovazione — una risposta chiara ancora non ce l’hanno. Quando? Per fare cosa? Il miliardo di robot di cui parla anche Musk, lui entro dieci anni, chi lo comprerà? Nei primi sei mesi di quest’anno ne sono stati venduti, più modestamente, 22mila, per lo più a fini di ricerca.
Sempre meno lavoratori umani
Certo che la demografia mondiale un problema lo pone. «La maggior parte delle attività tradizionali, dall’industria all’edilizia, dall’agricoltura all’assistenza vanno verso una strutturale carenza di forza lavoro», dice Massimiliano Magrini, che con il suo fondo United Ventures investe anche in startup del settore. È la ragione per cui la Cina, la potenza che guarda più lontano, sta applicando alla robotica il tradizionale copione di politica industriale: sussidi, regole amiche, costruzione di capacità produttiva e poi feroce competizione. Il difetto è noto, la bolla: molte delle 150 aziende che sviluppano androidi non arriveranno mai a produrne uno. I pregi anche: alla fine Pechino potrebbe trovarsi a dominare un settore strategico, come con le auto elettriche. I Giochi robotici celebrano lo sforzo nazionale. Ma lo sfoggio di muscoli, balletti e miliardi ha svegliato anche il resto del mondo, Stati Uniti compresi, facendo venire il dubbio che la frontiera più rivoluzionaria dell’IA non siano i grandi modelli linguistici di Big Tech, bensì un’IA in grado di interagire con il mondo fisico.
Lo scatto della Cina
Solo che la realtà in cui noi Sapiens sguazziamo come pesci (grazie, evoluzione), per un’entità sintetica è una selva oscurissima. «A noi bastano pochi dati per imparare, ai robot ne serve una quantità enorme», dice Vieri Giuliano Santucci, ricercatore dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr. Più il compito è specifico, più facile e migliore l’apprendimento; più è vario e destrutturato, più la sfida di legare visione linguaggio e azione per un automa si fa insormontabile. «La Cina non insegue l’idea del robot tuttofare, che resta lontanissimo, e si concentra invece su specifici compiti, con interi capannoni pieni di uomini che, ripetendo all’infinito gli stessi gesti, insegnano ai robot per imitazione». Piegare un vestito, avvitare, infilare noodles dentro una busta. Dati su dati, alla milionesima potenza, la base di tutto.
Chi assume i robot
Questo aiuta anche a spiegare perché ci si concentri sul replicare la forma umana, non per forza la più efficiente. In teoria le fabbriche sarebbero gli ambienti più strutturati dove mettere al lavoro gli androidi. In pratica lì è richiesta assoluta precisione e gli uomini sono già residuali, sostituiti da catene di efficientissimi bracci e nastri robot, che per giunta non si scaricano ogni tre ore. E allora i robot antropomorfi potrebbero trovare impiego nei settori che oggi restano a più alta incidenza di manodopera umana, come costruzioni, assistenza alla persona, commercio, dove dovrebbero condividere spazi e utensili con i Sapiens. In pratica però questi contesti sono anche quelli più destrutturati e pieni di imprevisti, oltre che quelli dove l’interazione con l’uomo comporta maggiori incognite regolatorie, di accettazione o etiche, simili a quelle che hanno rallentato le auto a guida autonoma. Per dirne una: che succede la prima volta che un robot pesta il piede a qualcuno?
Un androide italiano
«Noi non siamo assolutisti sulla forma umana, quello che fa davvero la differenza è la combinazione di mobilità, capacità di manipolazione e un grado di autonomia», dice Daniele Pucci, ingegnere che guida Generative Bionics, spinoff dell’istituto italiano di Tecnologia e campioncino italiano del settore, con un prototipo umanoide di nome GENE.01 appena presentato. L’approccio della società, proprio per adattarsi a una varietà di utilizzi ancora poco definita, è quello di una piattaforma modulare, ispirata all’automotive: «Una struttura standard che potrà poi essere adattata nell’hardware e nel software a seconda delle esigenze del cliente». Nei vari settori, prevede Pucci, vedremo tempi di arrivo sul mercato diversi: «Noi crediamo che un robot che fa ispezione in un parco sia distante 12-18 mesi, uno che sposti carichi pesanti, 18-30 mesi, uno che svolga compiti di assemblaggio o saldatura, come quelli che stiamo sperimentando con Fincantieri, tre anni». Quanto ai prezzi, altro grande nodo, Generative Bionics non li ha ancora definiti. Elon Musk per il suo Optimus ha fissato l’obiettivo a 20mila dollari, ma oggi i materiali gli costano il triplo.
La scommessa di tutti è che competizione e volumi abbasseranno i costi, ed è proprio questo il piano dove la mole cinese fa paura, con i modelli base di Unitree scesi a 10mila dollari: «Sulla capacità dei robot di manipolare oggetti, che resta una delle grandi sfide, la Cina non è avanti e noi europei abbiamo un’opportunità concreta», spiega Pucci, che la scorsa settimana a Bruxelles ha partecipato a una versione nostrana — meno mediatica — dei giochi di abilità robotici. «La Cina ha capito però che c’è serve un intero ecosistema, dai dati alla produzione. Se noi ci nascondiamo dietro ai problemi di fattibilità o regolazione questa opportunità la perdiamo».
A chi servono le gambe
Già. Su tempi e fantasmagoriche proiezioni di mercato per gli umanoidi è sano dubitare. Lo stesso Wang di Unitree ha detto che il loro “momento ChatGpt” è distante dieci anni. Ma che l’IA calata nel mondo fisico sia una frontiera strategica, pochi dubbi. «Si tratta di una tecnologia promettente, che stiamo considerando, ma non mi aspetto di avere fabbriche piene di umanoidi tra cinque anni. I prodotti che vediamo sono abbastanza lontani dalla maturità per precisione, costo e produttività», dice Pietro Gorlier, amministratore delegato di Comau, leader dei robot “tradizionali”. «Di certo mi aspetto fabbriche, e non solo, con molta più automazione avanzata a IA, perché la richiesta è enorme. La parte che sta evolvendo in modo importante è il software, cioè della capacità delle macchine di percepire, prendere decisioni e muoversi in ambienti non discreti. Da questi sviluppi nasceranno oggetti molto diversi, umanoidi e non: non sempre c’è bisogno di due gambe, due braccia o una testa».