Iran-Usa, i mercati azionari resistono al conflitto
di Livia CaivanoQuando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, tanti hanno pensato che il conflitto si sarebbe risolto nel giro di poche settimane. Sei mesi dopo, i colloqui di pace non hanno ancora portato a nessun risultato e i bombardamenti continuano: prevedere quando smetteranno è diventato sempre più difficile. Nelle prime settimane, la volatilità sui mercati ha raggiunto livelli elevati ma è andata progressivamente ad attenuarsi. L’economia globale si è finora mostrata sorprendentemente resiliente nel gestire la mancanza di energia che prima arrivava dal Golfo Persico, tra le più importanti regioni produttrici di petrolio al mondo.
A 90 dollari al barile, il Brent costa oggi circa il 30% in più rispetto a prima dell’inizio della guerra, sebbene le previsioni all’indomani della chiusura dello Stretto di Hormuz fossero ben più catastrofiche e si arrivò a ipotizzare, negli scenari più estremi, prezzi fino a 200 dollari al barile. La soglia dei 100 dollari è stata raggiunta n…
Quando il 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, tanti hanno pensato che il conflitto si sarebbe risolto nel giro di poche settimane. Sei mesi dopo, i colloqui di pace non hanno ancora portato a nessun risultato e i bombardamenti continuano: prevedere quando smetteranno è diventato sempre più difficile. Nelle prime settimane, la volatilità sui mercati ha raggiunto livelli elevati ma è andata progressivamente ad attenuarsi. L’economia globale si è finora mostrata sorprendentemente resiliente nel gestire la mancanza di energia che prima arrivava dal Golfo Persico, tra le più importanti regioni produttrici di petrolio al mondo.
A 90 dollari al barile, il Brent costa oggi circa il 30% in più rispetto a prima dell’inizio della guerra, sebbene le previsioni all’indomani della chiusura dello Stretto di Hormuz fossero ben più catastrofiche e si arrivò a ipotizzare, negli scenari più estremi, prezzi fino a 200 dollari al barile. La soglia dei 100 dollari è stata raggiunta nel giro di due sole settimane ma il prezzo non ha mai superato i 120 dollari al barile (livelli più alti da giugno 2022). Il prezzo del gas è invece più che raddoppiato da prima dell’inizio della guerra a febbraio. «Nel complesso, il comparto energetico ha guadagnato circa il 34%», spiega Filippo Diodovich, senior market strategist di Ig Italia.
All’estremo opposto troviamo però i metalli preziosi. «L’argento è sceso del 29%, il platino del 22% e l’oro del 16%», prosegue Diodovich. Nessuna delle asset class che tradizionalmente svolgono il ruolo di bene rifugio per gli investitori in tempi di crisi ha registrato performance notevoli. L’oro, tra l’inizio della guerra e luglio, è arrivato a perdere quasi il 25%. Ma anche il dollaro e i titoli di Stato americani: «I rendimenti americani ed europei sono aumentati sensibilmente perché lo shock energetico ha alimentato i rischi inflazionistici, spingendo il mercato ad abbandonare le aspettative di tagli dei tassi» spiega lo strategist. Ha fatto meglio il dollaro, anche se il movimento è stato contenuto. «Il mercato ha interpretato la guerra soprattutto come uno shock energetico e inflazionistico, non come una crisi finanziaria sistemica».
Indici a confronto
E i mercati azionari come si sono comportati? L’indice mondiale Msci World ha guadagnato circa il 10% dall’inizio della guerra. Le Borse hanno praticamente ignorato le potenziali conseguenze del conflitto e hanno continuato a macinare record. A Tokyo il Nikkei 225 ha toccato il suo massimo storico a 71 mila punti a metà giugno (oggi registra +15% dal 28/2). In Corea del Sud il Kospi ha superato i 9 mila punti a giugno (+17% dal 28 febbraio). E a Taiwan il Taiex, fortemente legato a intelligenza artificiale e semiconduttori, ha registrato il suo massimo a 47.700 punti a fine giugno e a inizio settembre registra +30% circa dal 28 febbraio. Anche i mercati americani hanno registrato un ampio rally, poiché l’ottimismo sugli utili aziendali ha prevalso sulle preoccupazioni relative alle implicazioni della guerra.
«Dopo una correzione iniziale - sottolinea Diodovich - l’S&P 500 ha recuperato e il Nasdaq ha guadagnato circa il 18% nei sei mesi, sostenuto dall’IA e dalla tecnologia e dalla maggiore indipendenza energetica degli Stati Uniti. L’Europa ha sofferto maggiormente in quanto importatrice di energia». Il Ftse Mib ha, tuttavia, registrato una delle migliori performance tra quelle degli indici europei nel 2026. Milano oggi è a quasi +20% da inizio marzo. «La sua composizione - nota Diodovich - ha aiutato, perché a Piazza Affari banche (al centro del risiko, ndr) ed energia hanno un peso elevato, mentre l’esposizione a lusso e auto è ridotta rispetto, ad esempio, alla Francia». L’indice europeo del lusso ha ceduto circa il 9% negli ultimi sei mesi. «Da febbraio ad agosto, StMicroelectronics ha guadagnato il 51%, Mps il 40%, Banco Bpm e Saipem il 28%, Eni il 19%, mentre Intesa e Unicredit sono salite di circa il 16%. Tra i peggiori troviamo invece Stellantis a -32%, Italgas -20% e Moncler -19%. Anche Leonardo ha mostrato un ribasso del 9% nei sei mesi, nonostante il forte rialzo iniziale, con il progressivo ridimensionamento del premio legato alla difesa».
L’andamento dei prezzi per i prossimi mesi dipenderà da quanto tempo la produzione di petrolio nel Golfo rimarrà ferma, quanto a lungo lo Stretto di Hormuz rimarrà bloccato e se la Cina inizierà a importare più petrolio. Gli analisti dicono che i prezzi del carburante si muovono in salita come razzi e in discesa come piume: non scendono mai tanto velocemente quanto sono cresciuti. Per ora, il mercato sembra aver accettato una nuova normalità ma con l’avvicinarsi dell’inverno nell’emisfero settentrionale, il costo del carburante rimane sotto la lente.
«Prezzi degli energetici più elevati comportano pressioni inflazionistiche e una possibile accelerazione nelle mosse di politica monetaria restrittiva da parte delle banche centrali. Un rialzo dei tassi di interesse sarebbe favorevole al comparto bancario ma comporterebbe forti correzioni al ribasso per tutti quei settori sensibili all’andamento del costo del denaro», conclude Diodovich.
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