Economia

Paghe più alte e meritocrazia: le condizioni degli expat per tornare in Italia. O almeno pensarci

Paghe più alte e meritocrazia: le condizioni degli expat per tornare in Italia. O almeno pensarci

Il rapporto Cnel: retribuzioni e opportunità lavorative indicate dalla maggior parte dei giovani come condizioni decisive per considerare il rientro. Il divario di salari e attrattività continua ad allargarsi e chiama in causa i nostri imprenditori

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ROMA – Se ne sono andati prima di tutto perché in Italia le buste paga sono basse. Ma anche per una cultura del lavoro che non li soddisfa, e perché non vedevano valorizzate le loro competenze. E dunque è su questi aspetti – le opportunità professionali a tutto tondo, monetarie e non – che bisogna lavorare per provare (e ribadiamo: provare) a far tornare in Italia alcuni dei tanti giovani che negli ultimi anni l’hanno lasciata. È quanto emerge, non del tutto inaspettatamente, da un rapporto del Cnel intitolato “Giovani expat. Come farli tornare”, pubblicato ieri. Un rapporto i cui sconfortanti risultati chiamano in causa in modo diretto la responsabilità di imprese e imprenditori italiani, economica e culturale, nel saldo negativo di talenti che ormai da quindici anni caratterizza il nostro Paese.

Tante partenze, pochi arrivi

I numeri sono noti: tra il 2011 e il 2024, nel rapporto tra partenze ed arrivi, l’Italia ha “perso” 441mila dei suoi giovani, circa il 5% di tutti quelli residenti. Oltre il 44% di chi parte è laureato, la metà donne. Nel frattempo, come mostrato da un precedente rapporto del Cnel, per ogni nove italiani che emigrano verso altri Paesi avanzati – il flusso più significativo in termini di competitività – l’Italia è in grado di attirare un solo straniero. Questo nuovo rapporto, sempre coordinato dall’esperto del settore Luca Paolazzi, prova a fare un passo oltre indagando le ragioni profonde di questo esodo, e di riflesso provando a capire come alzare il livello di attratività dell’Italia (per gli expat, ma in fondo per tutti i giovani).

Nel sondaggio condotto tra 1.803 ragazzi tra i 18 e 34 anni che sono emigrati all’estero, il 78% ha indicato come “estremamente rilevante” il basso livello delle retribuzioni, seguito da cultura del lavoro arretrata (63%) e competenze poco valorizzate (58%). E quando si chiede loro quali aspetti li porterebbero a considerare un ritorno, il tenore delle risposte è simile: l’83% indica come “estremamente rilevante” le retribuzioni più alte, il 72% opportunità di lavoro adeguate, il 65% incentivi al rientro e il 62% più meritocrazia.

Va detto che il verificarsi di queste condizioni non garantirebbe il ritorno degli expat, li spingerebbe al massimo a considerarlo. Quanti di loro credono a questa eventualità? In realtà circa i due terzi dei giovani, quando si chiede loro dove si vedranno fra cinque anni, risponde “dove ci saranno le migliori opportunità”, lasciandosi (e lasciando all’Italia) una porta aperta. Tuttavia il numero di chi si vede “sicuramente all’estero” è molto superiore a chi dice “sicuramente in Italia”. Da notare che tra le donne la percezione di aver trovato all’estero migliori opportunità, di carriera ancora prima che salariali, è ancora più alta: addirittura il 9,5%, contro il 4,7% degli uomini, dice che non tornerà in nessun caso.

La responsabilità delle imprese

Un’agenda politica per l’attrattività dovrebbe insomma affrontare a tutto tondo il tema dell’offerta di lavoro in Italia, dagli aspetti retributivi a quelli più immateriali. Ma epr quanto possa iniziare anche da questi secondi, non può certo eludere i primi, considerato che in questo terzo millennio il gap salariale del nostro Paese rispetto ai vicini si è divaricato in modo netto e costante, arrivando (a parità di potere d’acquisto, quindi scontando il costo della vita) a sette punti percentuali con la Spagna, 36 con la Germania, 48 con l’Olanda, addirittura 71 con la Svizzera. Difficile, a fronte di numeri del genere, provare ad invertire il circolo vizioso tra bassi salari, scarsa innovazione e nulla capacità di attrazione dei talenti. Ma bisogna provarci e il tentativo, scrive il rapporto del Cnel, passa in primo luogo da una presa di coscienza e dall’azione di imprese e imprenditori italiani. Loro che lamentano l’assenza di forza lavoro qualficata, ma nella gran parte dei casi non sono in grado di offrire salari, opportunità e cultura del lavoro in grado di competere con quelli degli altri Paesi.

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