ROMA - La toppa e il salvagente. Il decreto tampone per contenere la corsa dei prezzi dal benzinaio e la lettera a Bruxelles per strappare una flessibilità che servirà a tenere in piedi gli aiuti nei prossimi mesi. Quando apre la riunione del Consiglio dei ministri a palazzo Chigi, Giorgia Meloni sa di poter giocare su un doppio tavolo. Ma il primo è zoppicante, il secondo addirittura ancora da costruire.
In ogni caso il cambio di strategia è obbligato. Alla quindicesima replica in sei mesi, il taglio delle accise si appresta a congedarsi con l’etichetta del fallimento. Un’immagine su tutte: nonostante gli sconti, i prezzi alla pompa sono più alti di quelli del 18 marzo, il giorno in cui l’esecutivo intervenne la prima volta per fronteggiare …
ROMA - La toppa e il salvagente. Il decreto tampone per contenere la corsa dei prezzi dal benzinaio e la lettera a Bruxelles per strappare una flessibilità che servirà a tenere in piedi gli aiuti nei prossimi mesi. Quando apre la riunione del Consiglio dei ministri a palazzo Chigi, Giorgia Meloni sa di poter giocare su un doppio tavolo. Ma il primo è zoppicante, il secondo addirittura ancora da costruire.
In ogni caso il cambio di strategia è obbligato. Alla quindicesima replica in sei mesi, il taglio delle accise si appresta a congedarsi con l’etichetta del fallimento. Un’immagine su tutte: nonostante gli sconti, i prezzi alla pompa sono più alti di quelli del 18 marzo, il giorno in cui l’esecutivo intervenne la prima volta per fronteggiare i contraccolpi della guerra in Iran. Un bicchiere d’acqua su un incendio.
Ma l’alternativa ancora non c’è. Ecco allora che la presidente del Consiglio si ritrova a presiedere un Cdm lampo, di appena nove minuti, per riuscire a portare a casa almeno un micro provvedimento che consente di tenere il gasolio sotto la soglia critica dei 2,4 euro al litro. Cento milioni scarsi, recuperati tra le pieghe del bilancio, per allungare lo sconto di 17,1 centesimi sul diesel di una settimana, da oggi fino a giovedì prossimo, e per estendere il credito d’imposta per gli autotrasportatori fino alla fine di settembre.
Ecco la toppa. Per Meloni è comunque utile e necessaria. «In ogni caso – annota – continuiamo ad aiutare i cittadini». Ma, come ripeterà poco dopo in un video diffuso sui social, «non basta». Scottata dal secondo rinvio in dieci giorni degli aiuti selettivi, che non prendono forma per via delle divisioni dentro la maggioranza, la premier prova il colpo di reni promettendo che i sostegni mirati arriveranno la settimana prossima.
Ma soprattutto gioca la carta delle «soluzioni strutturali di lungo periodo» perché – sottolinea – «non ha molto senso comprare all’estero l’energia quando possiamo produrla anche in Italia». Il riferimento è alla norma del decreto che prova ad accelerare la produzione nazionale di petrolio e gas. Il tentativo passa dai poteri sostitutivi in capo all’esecutivo: in caso di inerzie e ritardi delle Regioni, il governo potrà nominare un serie di commissari per provare a ridurre i tempi per il rilascio di permessi e concessioni. È la spinta alle trivelle.
Ma la carta pesante, quella che viene messa idealmente sul secondo tavolo, arriva alla fine del Cdm. È Giancarlo Giorgetti a tirarla fuori. Il titolare del Tesoro comunica ai colleghi che ha inviato la lettera con cui l’Italia chiede alla Ue di attivare la clausola di salvaguardia nazionale per la flessibilità sugli investimenti nei settori dell’energia e della difesa. La richiesta vale in tutto 36 miliardi: 14 (lo 0,6% del Pil) per le spese green e 22 (lo 0,9% del prodotto interno lordo) per le armi.
Il via libera della Ue è atteso a ottobre. Una volta ottenuto il disco verde, il governo si presenterà in Parlamento per chiedere l’autorizzazione a procedere con lo scostamento di bilancio che serve a tradurre la flessibilità in soldi da utilizzare per le misure. In mezzo c’è un passaggio delicato. Lo accenna lo stesso Giorgetti: «Nel frattempo dovremmo vedere se saremo sopra o sotto il 3%» del rapporto deficit-Pil. Il verdetto arriverà il 22 settembre, quando l’Istat renderà noti i dati aggiornati sui conti pubblici. Se il “numeretto” sarà sotto il 3%, allora l’Italia potrà attivare la clausola senza problemi: a valle dell’ok della Ue alla richiesta di uscire dalla procedura d’infrazione, la clausola alzerà il livello del deficit sopra il 3% ma l’Italia non tornerà sotto osservazione. Se però l’asticella resterà sopra il 3%, allora – spiegano fonti di governo – «si valuterà se attivare la clausola». In questo caso, infatti, l’asticella dell’indebitamento salirebbe ancora più su. Allontanerebbe l’uscita dalla procedura. Soprattutto il governo si ritroverebbe di fronte a una scelta: sgonfiare, se non bucare, il salvagente della flessibilità o tirare dritto? In ogni caso, l’effetto collaterale è a vista. Un iceberg sull’orizzonte del voto.