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Il dribbling di Teheran alle sanzioni: soldi all’Iran dalle banche Usa

A man walks past a wall mural of Iran's slain supreme leader Ayatollah Ali Khamenei, along a street in downtown of Tehran on August 31, 2026. Iran attacked US military targets in the Middle East on August 31 in retaliation for American strikes on an island in the Strait of Hormuz, the first exchange of fire for a month in a war that has engulfed the region. Six months into the conflict, the two sides remain at an impasse, with Iran keeping the strategic strait shut and Washington persisting with a naval counter-blockade of Iran. (Photo by ATTA KENARE / AFP) /  

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Le restrizioni di Trump non riescono a fermare il flusso di dollari che attraverso le triangolazioni internazionali finiscono nel paese in guerra
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La campagna economica dell’amministrazione Trump contro l’Iran presenta una contraddizione difficile da ignorare. Mentre la Casa Bianca ha lanciato il “D-Day economico” con l’obiettivo di isolare Teheran dal sistema finanziario internazionale, miliardi di dollari riconducibili all’Iran continuano a transitare ogni anno attraverso il sistema bancario americano. A consentire questi movimenti sono soprattutto i cosiddetti conti di compensazione delle banche statunitensi. Il fenomeno è stato segnalato da funzionari e ricercatori occidentali e rivelato da un lungo articolo del Wall Street Journal. Tutto questo avviene nonostante il regime di sanzioni imposto da Washington.

pil e inflazione

Le norme americane vietano a chi è soggetto alla legislazione degli Stati Uniti di partecipare alla maggior parte delle attività finanziarie legate all’Iran. Il problema, però, è che Teheran non opera in modo diretto: sfrutta banche e isti…

La campagna economica dell’amministrazione Trump contro l’Iran presenta una contraddizione difficile da ignorare. Mentre la Casa Bianca ha lanciato il “D-Day economico” con l’obiettivo di isolare Teheran dal sistema finanziario internazionale, miliardi di dollari riconducibili all’Iran continuano a transitare ogni anno attraverso il sistema bancario americano. A consentire questi movimenti sono soprattutto i cosiddetti conti di compensazione delle banche statunitensi. Il fenomeno è stato segnalato da funzionari e ricercatori occidentali e rivelato da un lungo articolo del Wall Street Journal. Tutto questo avviene nonostante il regime di sanzioni imposto da Washington.

pil e inflazione

Le norme americane vietano a chi è soggetto alla legislazione degli Stati Uniti di partecipare alla maggior parte delle attività finanziarie legate all’Iran. Il problema, però, è che Teheran non opera in modo diretto: sfrutta banche e istituzioni finanziarie straniere che hanno rapporti con gli istituti di credito americani. Il meccanismo è quello del correspondent banking, il sistema delle banche corrispondenti che da oltre un secolo permette di collegare tra loro istituti finanziari di Paesi diversi.

Teheran senza controllo

È una delle infrastrutture fondamentali della finanza globale, ma rappresenta anche una possibile porta d’ingresso per denaro che dovrebbe essere sottoposto a sanzioni. Attraverso questa rete, secondo alcuni analisti sentiti dal Wsj, Teheran può continuare ad avere accesso clandestinamente al sistema finanziario internazionale. Le operazioni non sono semplici da individuare. L’Iran utilizza una rete articolata di società di comodo e altri strumenti destinati a nascondere l’origine o la destinazione dei fondi. Per Washington, dunque, non basta colpire direttamente le istituzioni iraniane. La strategia deve coinvolgere anche gli intermediari stranieri.

Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha aumentato la pressione sulle banche straniere che utilizzano conti di corrispondenza americani per effettuare transazioni in dollari con l’Iran. L’obiettivo è mettere questi istituti davanti a una scelta: continuare a lavorare con Teheran e rischiare di perdere l’accesso al sistema finanziario statunitense, oppure interrompere i rapporti con l’Iran. Allo stesso tempo, però, il governo americano sta chiedendo alle proprie banche di rafforzare i controlli sulle operazioni potenzialmente legate a Teheran. Il piano non è così semplice, perché anche per gli istituti americani identificare questi flussi di denaro può risultare complicato.

Operation Economic Outcast

Le transazioni possono passare attraverso società apparentemente indipendenti e coinvolgere più Paesi. Inoltre, possono essere strutturate in modo da rendere difficile individuare il beneficiario finale. Nel tentativo di arrivare a dama con le sanzioni, a fine agosto il dipartimento del Tesoro ha compiuto un ulteriore passo: nel mirino è finita la filiale negli Emirati Arabi Uniti di una banca egiziana di proprietà statale. Secondo Washington, l’istituto avrebbe contribuito a permettere all’Iran di accedere al sistema bancario americano. Il Tesoro ha annunciato l’intenzione di interrompere questo collegamento. L’iniziativa rientra nella nuova Operation Economic Outcast, la campagna con cui l’amministrazione Trump punta a esercitare una pressione finanziaria sempre maggiore su Teheran. La strategia non si limita alle banche iraniane. Washington sta cercando di colpire anche tutte quelle entità straniere che permettono all’Iran di mantenere collegamenti con l’economia mondiale. Chi continuerà a fare affari con Teheran, è il messaggio, potrebbe essere colpito dalle cosiddette “sanzioni secondarie”. La conseguenza più pesante sarebbe l’esclusione dal sistema finanziario basato sul dollaro americano.

Per l’Iran si tratterebbe di un colpo devastante, ma secondo alcuni esperti la strategia avviata da Donald Trump rischia di essere meno efficace se Washington non interviene anche sul proprio sistema bancario. Il Tesoro dovrebbe spingere le banche statunitensi a controllare con maggiore attenzione i rapporti con le banche corrispondenti straniere.

9 miliardi di fondi in transito

Un dato rende evidente la dimensione del problema: lo scorso anno il dipartimento del Tesoro aveva affermato di aver individuato circa 9 miliardi di dollari di fondi iraniani transitati attraverso banche americane nel 2024. Secondo alcuni ricercatori, una parte significativa di questi movimenti potrebbe essere evitata con controlli più rigorosi da parte degli istituti statunitensi. Intanto la pressione americana si sta estendendo anche ad altri Paesi. All’inizio di settembre il Tesoro ha annunciato sanzioni contro la turca Golden Global Bank e le sue controllate. L’accusa è di aver trasferito denaro per conto dell’Iran. Secondo il governo americano, l’istituto avrebbe movimentato decine di milioni di dollari per conto del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica. La banca avrebbe inoltre consentito a Teheran di mantenere un collegamento con il sistema bancario internazionale.

La campagna contro l’Iran arriva mentre l’economia della Repubblica islamica deve affrontare anche un’altra emergenza: il crollo delle entrate petrolifere. Secondo il Wall Street Journal, i ricavi iraniani derivanti dalle esportazioni di greggio si stanno rapidamente riducendo. A pesare è soprattutto il blocco navale americano, che ostacola le spedizioni dal Golfo Persico e che riguardano lo Stretto di Hormuz. Anche le scorte di petrolio iraniano stoccate offshore e destinate alla Cina stanno diminuendo.

Per Teheran significa una nuova pressione su un’economia già duramente provata. Nel frattempo, si stanno esaurendo anche le scorte di greggio che erano già riuscite a uscire dall’area del blocco. A metà luglio ammontavano a circa 90 milioni di barili. Ora sono scese a circa 29 milioni. Secondo gli analisti, dovrebbero diminuire ancora. Anche se, come visto, Teheran ha dimostrato di saper uscire dall’angolo.

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