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Nathan Sheets: “Petrolio e bond, ecco le minacce per la crescita mondiale”

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Il global chief economist di Citi: “Il conflitto in Iran procede a fuoco lento ma potrebbe esplodere. Populismi in Europa rischio per stabilità”
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Il conflitto in Iran come una pentola sui fornelli messa «a fuoco basso» ma pronta ad esplodere di nuovo, il petrolio che rischia di rosicchiare decimi di punto alla crescita globale ad ogni sua risalita, un mercato dei bond in fibrillazione che può mettere una ulteriore zavorra sulla crescita globale. Nathan Sheets, global chief economist di Citi ed ex sottosegretario al Tesoro per gli Affari Internazionali sotto Barack Obama, passa in rassegna i segnali di incertezza che arrivano dai mercati. A partire dagli sviluppi della guerra in Iran.

Il presidente Usa Donald Trump sta provando a minimizzare la portata del conflitto. Ha parlato di “small potatoes”, una cosa da poco. È così per i mercati?

«Credo ci troviamo in una fase in cui il conflitto sta più ”cuocendo a fuoco lento” che bollendo davvero. La mia principale preoccupazione, però, è che finché continuerà così esisterà sempre la possibilità che torni a esplodere, che il prezzo del petrolio salga e che si producano interruzioni pi…

Il conflitto in Iran come una pentola sui fornelli messa «a fuoco basso» ma pronta ad esplodere di nuovo, il petrolio che rischia di rosicchiare decimi di punto alla crescita globale ad ogni sua risalita, un mercato dei bond in fibrillazione che può mettere una ulteriore zavorra sulla crescita globale. Nathan Sheets, global chief economist di Citi ed ex sottosegretario al Tesoro per gli Affari Internazionali sotto Barack Obama, passa in rassegna i segnali di incertezza che arrivano dai mercati. A partire dagli sviluppi della guerra in Iran.

Il presidente Usa Donald Trump sta provando a minimizzare la portata del conflitto. Ha parlato di “small potatoes”, una cosa da poco. È così per i mercati?

«Credo ci troviamo in una fase in cui il conflitto sta più ”cuocendo a fuoco lento” che bollendo davvero. La mia principale preoccupazione, però, è che finché continuerà così esisterà sempre la possibilità che torni a esplodere, che il prezzo del petrolio salga e che si producano interruzioni più durature sui mercati energetici globali e lungo le catene di approvvigionamento. È una questione passata un po’ in secondo piano, ma non è sparita».

Il petrolio intanto continua a salire. Qual il livello di prezzo che potrebbe davvero allarmare i mercati?

Oltre i 100 dollari le stime cambieranno ancora quindi?

«Credo che, con il petrolio a 110 dollari, potremmo vedere una crescita del 2,5%. Se arrivasse a 120 dollari, forse scenderemmo al 2,4%. Quindi, mano a mano che il prezzo del petrolio aumenta c’è un ulteriore costo incrementale che viene imposto all’attività economica».

La riunione della Fed ormai è vicina. Come crede che si comporterà sui tassi?

«Credo che Kevin Warsh (il presidente della Fed, ndr) si trovi in una posizione un po’ complicata. A Jackson Hole, è sembrato più “falco” e ha chiarito di essere pronto ad alzare i tassi, suggerendo che, a meno di un miglioramento dell’inflazione, quella sarebbe stata la direzione nella quale si sarebbe mosso. In questo modo ha creato determinate aspettative e non mi è chiaro come riuscirà a confermarle. Questo crea per lui un rischio reale: quello di essere percepito come qualcuno che usa una retorica molto dura, ma poi, quando arriva il momento di agire concretamente, si mostra più riluttante».

Oggi la tensione maggiore sui mercati si avverte sul mercato dei bond pubblici. Quanto dobbiamo preoccuparci?

«In questo momento è la mia principale preoccupazione per l’economia globale. Il problema di tassi così elevati è che rendono più costoso per famiglie e imprese indebitarsi sulle scadenze lunghe. In particolare, gli investimenti in conto capitale delle imprese tendono a essere finanziati sulla parte lunga della curva, e quando i tassi salgono questi investimenti diventano più costosi e le imprese sono più caute ad effettuarli».

Da dove nasce questa risalita dei rendimenti?

«Credo che la spiegazione numero uno siano le preoccupazioni per la politica fiscale e per la quantità di debito che dovrà essere emessa sui mercati nei prossimi anni. A questo si aggiunge un aumento dell’indebitamento da parte del settore dell’intelligenza artificiale per finanziare gli investimenti. E questo esercita pressione soprattutto sulla parte lunga della curva, perché queste aziende si finanziano in particolare sulle scadenze lunghe. Un altro fattore è l’enorme incertezza che esiste oggi nel mondo: incertezza sull’inflazione, incertezza geopolitica».

Citava il boom dell’IA. Le valutazioni stellari delle società del settore stanno alimentando la prossima bolla finanziaria?

«La buona notizia, rispetto al boom di Internet della fine degli anni Novanta, è che molte delle società che stanno guidando la rivoluzione dell’intelligenza artificiale stanno realizzando profitti assolutamente enormi e le valutazioni riflettono le aspettative su una ulteriore accelerazione dei guadagni. Non penso quindi che ci troviamo davanti a una bolla. Credo che l’IA porterà a performance economiche migliori, maggiore produttività e standard di vita più elevati. Tuttavia è probabile che assisteremo a periodi significativi di aggiustamento e correzione dei mercati».

A proposito di incertezze, in Germania il trionfo dell’ultra-destra in Sassonia può mettere in pericolo l’integrità dell’Unione europea?

«L’Europa ha trovato un modo per garantire la stabilità ma non la crescita. Il rischio è che proprio questa mancanza alimenti il malcontento che poi sostiene le forze populiste. Se questi partiti andassero al potere, o se i partiti attuali assecondassero queste spinte, il rischio sarebbe non solo di non avere la crescita, ma di perdere anche la stabilità».

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