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Pechino frena sull’allarme IA, ma teme che gli americani controllino gli algoritmi

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Xi non può perdere la guerra tecnologica con gli Usa: è consapevole che l’Intelligenza artificiale può minacciare il potere del Partito comunista
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ROMA – Provate a mettervi nei panni di Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista cinese, unica e indiscussa autorità all’interno della Repubblica popolare. C’è in giro una tecnologia rivoluzionaria chiamata Intelligenza artificiale, che nei prossimi anni con le sue applicazioni economiche e militari promette di determinare i rapporti di forza tra gli Stati e dentro gli Stati. Di questa formidabile tecnologia la superpotenza rivale, l’America, possiede oggi i modelli più avanzati e potenti. Quali sarebbero i rischi da evitare, nei suoi panni? Il primo sarebbe perdere la corsa. La Cina deve rincorrere e recuperare, essere competitiva ed autonoma, quindi non ricattabile, da qui la chiamata alle armi per tutti gli informatici e le aziende nazionali. Il secondo rischio, legato al primo, sarebbe perdere il controllo: trovarsi a fronteggiare intelligenze artificiali - all’esterno o all’interno - così potenti da mettere in discussione l’assoluto primato del Partito.

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ROMA – Provate a mettervi nei panni di Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista cinese, unica e indiscussa autorità all’interno della Repubblica popolare. C’è in giro una tecnologia rivoluzionaria chiamata Intelligenza artificiale, che nei prossimi anni con le sue applicazioni economiche e militari promette di determinare i rapporti di forza tra gli Stati e dentro gli Stati. Di questa formidabile tecnologia la superpotenza rivale, l’America, possiede oggi i modelli più avanzati e potenti. Quali sarebbero i rischi da evitare, nei suoi panni? Il primo sarebbe perdere la corsa. La Cina deve rincorrere e recuperare, essere competitiva ed autonoma, quindi non ricattabile, da qui la chiamata alle armi per tutti gli informatici e le aziende nazionali. Il secondo rischio, legato al primo, sarebbe perdere il controllo: trovarsi a fronteggiare intelligenze artificiali - all’esterno o all’interno - così potenti da mettere in discussione l’assoluto primato del Partito.

Una minaccia per il Partito

Questo sforzo di immedesimazione aiuta a interpretare i messaggi – all’apparenza stonati – che arrivano dalle autorità cinesi in queste ore, dopo l’appello dei campioni americani dell’IA a tirare il freno sui modelli di frontiera. Da un lato il ministero degli Esteri di Pechino rispedisce al mittente le «narrative della minaccia» e la logica da Guerra Fredda del fondatore di Anthropic Dario Amodei, che mentre promuove il bene dell’umanità sostiene anche che gli Stati Uniti debbano contenere ad ogni costo l’ascesa tecnologica cinese. E dall’altro Chen Yixin, ministro della Sicurezza, cioè capo di quelli che noi chiameremmo i servizi segreti, che spiega come l’IA costituisca una diretta minaccia al potere del Partito, citando campagne di disinformazione, attacchi a infrastrutture, fuoriuscita di dati sensibili, asimmetria nelle capacità militari.

Chi scrive le regole?

Sì, anche il regime cinese considera l’Intelligenza artificiale un pericolo. Ma no, non nel senso poco definito di pericolo esistenziale per l’umanità, bensì in quello molto concreto di minaccia alla sua sicurezza - l’Alfa e l’Omega del vocabolario politico comunista. Sì, anche la Cina vuole che l’Intelligenza artificiale venga regolata, Xi lo ha detto qualche settimana fa alla grande Conferenza mondiale degli algoritmi ospitata a Shanghai. Ma no, non devono essere gli Stati Uniti o le loro aziende americane a definire quelle regole, stabilire quando accelerare o frenare, di fatto congelando il vantaggio. Le regole vuole stabilirle lei, o comunque assicurarsi che siano compatibili con le sue aspirazioni di autonomia, controllo e rinascita nazionale.

Una nuova Guerra Fredda

La logica è proprio quella del gioco a somma zero della Guerra Fredda, una riedizione della vecchia corsa agli armamenti nucleari. Lo è per buona parte dell’establishment americano, a cui in questo caso Trump è allineato: vietato fermarsi e regolare, ha detto, perché «chi vince l’IA vince tutto» e ogni esitazione rischierebbe di far perdere agli Stati Uniti il vantaggio sulla Cina. Una Cina che tra l’altro - è l’accusa mossa la scorsa settimana dall’intelligence Usa - continua a fare il gioco sporco, “distillando” a piene mani, cioè plagiando i modelli americani.

Ma è questa anche la logica di Pechino, sebbene a parole la critichi. Nell’appello che a Shanghai Xi ha rivolto al mondo in via di sviluppo – fare dell’IA una «sinfonia di cooperazione internazionale» e non «la performance solista di un singolo Paese» –, più di un sincero afflato multilateralista bisogna leggere il tentativo di creare una piattaforma tecnologica alternativa a quella a guida americana. Una piattaforma a cui i campioni cinesi dell’IA fornirebbero modelli “aperti”, liberamente adottabili e modificabili in opposizione a quelli chiusi di Big Tech, ma di cui così dominerebbero gli standard, le infrastrutture, i flussi di dati e quelli di profitti. Uno strumento che il Partito comunista, con gli strumenti di cui dispone, pensa di poter tenere allineato alle sue priorità, molto meglio delle “decadenti” democrazie.

L’incontro con Trump

Per questo, anche se fra dieci giorni l’IA sarà uno dei temi al centro dell’attesa visita di Stato di Xi negli Stati Uniti, sarebbe bene non aspettarsi grandi accordi in tema, men che meno embrioni di un G2 degli algoritmi che orienti il loro sviluppo a beneficio del genere umano. Cina e Stati Uniti si sentono ingaggiati in una competizione tecno-economica di cui l’Intelligenza artificiale è il fronte principale. Una minaccia, sì, per chi non la dominerà.

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