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Da Empoli: “Non ci sono le condizioni per realizzare un’Agenzia a livello globale sull’IA”

Stefano Da Empoli

 

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Bisogna rendere accessibili i modelli prima dell’immissione sul mercato a soggetti terzi pubblici e riconosciuti a livello internazionale
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ROMA – La sicurezza dell’IA dipende da un complesso puzzle geopolitico. Le aziende americane vogliono frenare senza perdere terreno rispetto ai concorrenti, Trump teme che possa approfittarne la Cina e Pechino, intanto, accelera con modelli sempre più competitivi. In mezzo c’è l’Europa, forte di regole che gli altri non hanno ma ancora lontana dalla frontiera dell’IA. Stefano da Empoli, economista e presidente dell’Istituto per la Competitività, vede una possibile via d’uscita.

Quale accordo internazionale sarebbe realistico oggi?

«Rendere accessibili i modelli, prima dell’ immissione sul mercato, a soggetti terzi pubblici e riconosciuti a livello globale. Usa, Cina ed Europa potrebbero partire da verifiche reciproche e organismi collegati tra loro. Un’agenzia globale sul modello di quella atomica richiederebbe condizioni politiche che non esistono. Questo sistema sarebbe molto più semplice da realizzare e permetterebbe almeno di costruire un primo livello comune di controllo».

Basta …

ROMA – La sicurezza dell’IA dipende da un complesso puzzle geopolitico. Le aziende americane vogliono frenare senza perdere terreno rispetto ai concorrenti, Trump teme che possa approfittarne la Cina e Pechino, intanto, accelera con modelli sempre più competitivi. In mezzo c’è l’Europa, forte di regole che gli altri non hanno ma ancora lontana dalla frontiera dell’IA. Stefano da Empoli, economista e presidente dell’Istituto per la Competitività, vede una possibile via d’uscita.

Quale accordo internazionale sarebbe realistico oggi?

«Rendere accessibili i modelli, prima dell’ immissione sul mercato, a soggetti terzi pubblici e riconosciuti a livello globale. Usa, Cina ed Europa potrebbero partire da verifiche reciproche e organismi collegati tra loro. Un’agenzia globale sul modello di quella atomica richiederebbe condizioni politiche che non esistono. Questo sistema sarebbe molto più semplice da realizzare e permetterebbe almeno di costruire un primo livello comune di controllo».

Basta un accordo tra le aziende per rallentare lo sviluppo dell’IA?

«Una decisione di questa portata richiede i poteri pubblici. Esiste un’enorme asimmetria informativa e spesso nemmeno nei laboratori si comprende pienamente ciò che accade nei modelli. Affidarsi all’autocertificazione delle imprese sarebbe assurdo. Servono istituzioni ed esperti terzi indipendenti».

L’AI Act europeo si sta prendendo una rivincita?

«L’errore dell’Europa non è mai stato fare la legge, ma essersi concentrata esclusivamente sulla regolamentazione, trascurando il canale degli investimenti e dello sviluppo tecnologico».

L’Ue potrebbe avere un ruolo nella governance globale dell’IA?

«Il rischio reale è che Washington e Pechino la taglino fuori, discutendo direttamente tra loro».

E l’Italia?

«Non può affrontare un tema simile da sola. A livello pratico, i poteri in questo ambito sono in mano a istituzioni sovranazionali come l’AI Office e l’Enisa (l’Agenzia europea per la cybersicurezza, ndr), che proprio di recente ha ottenuto l’accesso agli ultimi modelli di Anthropic e OpenAI».

Le Big Tech chiedono da tempo più regole sull’IA. Quanto c’è di interesse industriale?

«Molto. Una regolamentazione può cristallizzare l’attuale equilibrio e diventare una barriera all’ingresso per startup e concorrenti più piccoli, con più difficoltà a sostenere i costi di compliance».

Come si tutela la competitività?

«Il mercato deve restare accessibile e contendibile. Le regole possono ridurre i rischi legati alla sicurezza, però una burocrazia eccessiva finisce per schiacciare startup e piccole imprese. È un equilibrio difficile, ed è quello che ogni governo dovrebbe cercare».

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