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Ex Ilva, cassa integrazione e un freno ai licenziamenti sul tavolo del governo

La protesta degli operai lunedì a Taranto  

 

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Oggi l’escutivo presenta ai sindacati il decreto a tutela dei lavoratori della fabbrica e dell’indotto. L’offerta della cordata italiana arriva a ottobre
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ROMA – Un pacchetto di strumenti straordinari, dalla cassa integrazione a misure per fermare i licenziamenti. Ecco il nuovo decreto Ilva. Arriverà oggi pomeriggio sul tavolo del Consiglio dei ministri con l’obiettivo di tutelare i lavoratori dell’acciaieria e quelli dell’indotto dopo che la Corte d’appello di Milano ha confermato lo stop all’area a caldo dell’impianto di Taranto dalla fine di ottobre. Fin qui il provvedimento per gestire l’emergenza. Ma per il futuro dello stabilimento si affaccia anche una soluzione strutturale: la cordata italiana, guidata da Federacciai, potrebbe depositare l’offerta per l’acquisizione del sito a ottobre.

Resta ancora da sciogliere il nodo di un’eventuale partecipazione pubblica. Fonti vici…

ROMA – Un pacchetto di strumenti straordinari, dalla cassa integrazione a misure per fermare i licenziamenti. Ecco il nuovo decreto Ilva. Arriverà oggi pomeriggio sul tavolo del Consiglio dei ministri con l’obiettivo di tutelare i lavoratori dell’acciaieria e quelli dell’indotto dopo che la Corte d’appello di Milano ha confermato lo stop all’area a caldo dell’impianto di Taranto dalla fine di ottobre. Fin qui il provvedimento per gestire l’emergenza. Ma per il futuro dello stabilimento si affaccia anche una soluzione strutturale: la cordata italiana, guidata da Federacciai, potrebbe depositare l’offerta per l’acquisizione del sito a ottobre.

Resta ancora da sciogliere il nodo di un’eventuale partecipazione pubblica. Fonti vicine ai commissari spiegano infatti che «il governo ha più volte ribadito la propria disponibilità a supportare i player interessati», ma – aggiungono – «finché non si palesano le offerte non si potrà parlare di partecipazione dello Stato».

In attesa di capire come si svilupperà la partita (sul tavolo ci sono anche le offerte di Jindal Steel International e Flacks Group), l’esecutivo prova a dare un segnale ai lavoratori. Ieri il sottosegretario Alfredo Mantovano e i ministri coinvolti nel dossier si sono visti a palazzo Chigi per mettere a punto le misure del decreto d’urgenza. Saranno condivise stamattina con i sindacati, poi finiranno sul tavolo del Cdm per l’approvazione. Tra gli interventi contenuti nel provvedimento spicca la cassa integrazione. Dovrebbe assicurare la copertura del personale di Acciaierie d’Italia, che con lo stop dell’area a caldo diventeranno inattivi, almeno fino a quando l’azienda non passerà a un nuovo investitore privato.

Soluzione differente per chi è impiegato nell’indotto e nelle imprese appaltatrici: in arrivo una o più misure per fermare i 2.500 licenziamenti annunciati. Un intervento che l’esecutivo punta a introdurre anche per evitare un’escalation delle proteste. Nel decreto dovrebbero trovare spazio anche misure per l’accompagnamento dei lavoratori verso l’uscita e incentivi all’esodo volontario.

Alla vigilia del nuovo intervento dell’esecutivo, le preoccupazioni per la nuova fase dell’ex Ilva si fanno sempre più forti e trasversali. «La chiusura dell’area a caldo provocherà una bomba sociale e porterà alla desertificazione del territorio industriale», dice Salvatore Toma, presidente di Confindustria Taranto. Si fanno sentire anche le organizzazioni sindacali. «Con lo spegnimento degli altoforni dell’Ilva - incalza il segretario generale della Cgil Maurizio Landini – l’Italia non sarà più un produttore di acciaio: vuol dire che dovrà comprarlo, perdendo la sua autonomia e diventando un paese industriale di serie b». Per la Cisl servono «soluzioni di prospettiva socialmente sostenibili».

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