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Lonski: “L’aumento dei tassi era inevitabile, come nel passato i mercati capiranno”

John Lonski 

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Per l’ex capo economista di Moody’s la Fed non aveva scelta vista la crescita dei prezzi
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ROMA – Nessuna sorpresa. Non ci si poteva comportare diversamente». John Lonski, per decenni capo economista di Moody’s, oggi responsabile della sua società di consulenza è tutt’altro che stupito del rialzo della Fed. «Ora bisognerà vedere le reazione dei mercati, ma anche quelle personali di Trump che voleva un ribasso a qualsiasi costo».

I precedenti storici cosa dicono?

«È difficile stabilire una regola. La Fed ha lanciato sei campagne di rialzo dalla metà degli anni ‘90 e solitamente i mercati hanno reagito solidamente. Magari non immediatamente, ma dopo quattro o sei mesi. In media lo S&P 500 è cresciuto del 10,7% nei 12 mesi dopo il rialzo. Nelle circostanze attuali, cioè dopo l’ultimo rialzo del 2023, dopo essere cresciuto nel 2024 del 5,3%, nel 2025 è salito ancora del 7,6%, e dopo essere lievitato ancora dell’11,8% nel primo trimestre 2026 e del 15,6% del secondo trimestre, ha decelerato all’11,9 nel terzo trimestre».

Perché c’è la guerra, o perché i boss dell’IA hanno ti…

ROMA – Nessuna sorpresa. Non ci si poteva comportare diversamente». John Lonski, per decenni capo economista di Moody’s, oggi responsabile della sua società di consulenza è tutt’altro che stupito del rialzo della Fed. «Ora bisognerà vedere le reazione dei mercati, ma anche quelle personali di Trump che voleva un ribasso a qualsiasi costo».

I precedenti storici cosa dicono?

«È difficile stabilire una regola. La Fed ha lanciato sei campagne di rialzo dalla metà degli anni ‘90 e solitamente i mercati hanno reagito solidamente. Magari non immediatamente, ma dopo quattro o sei mesi. In media lo S&P 500 è cresciuto del 10,7% nei 12 mesi dopo il rialzo. Nelle circostanze attuali, cioè dopo l’ultimo rialzo del 2023, dopo essere cresciuto nel 2024 del 5,3%, nel 2025 è salito ancora del 7,6%, e dopo essere lievitato ancora dell’11,8% nel primo trimestre 2026 e del 15,6% del secondo trimestre, ha decelerato all’11,9 nel terzo trimestre».

Perché c’è la guerra, o perché i boss dell’IA hanno tirato il freno?

«Direi che i due fattori si combinano. Le materie prime stanno crescendo a livelli intollerabili: gli incrementi di prezzo anno-su-anno sono del 63% per il grano, del 97% per il litio, del 38% per il cobalto, del 50% per il rame, del 47% per l’acciaio, del 28% per i componenti elettronici, del 41% per l’alluminio».

E quanto all’IA?

«In questo caso non è prevista, a parte le dichiarazioni prudenziali di alcuni protagonisti, una discesa drammatica. Il problema riguarda soprattutto il mercato dei bond, al quale Big Tech si rivolge – più che a quello azionario – per finanziare gli ingenti investimenti previsti. Le emissioni di titoli “investment grade”, cioè i migliori, sono aumentate del 31% anno-su-anno nei primi otto mesi del 2026 fino al record di 1,53 trilioni. Inoltre, il periodo gennaio-agosto ha visto un aumento del 5% nei “junk-bond” fino a 227 miliardi. Solo nel 2020 c’era stato un analogo profluvio di investimenti in entrambe le categorie di titoli, ma allora aveva funzioni protettive, tutt’altro discorso con le emissioni attuali proiettate su investimenti futuribili. Semmai c’è troppa fretta: l’ultimo prospetto Anthropic proietta 44 trilioni di dollari di Pil creato nel 2030, anticipando che l’intelligenza artificiale può performare un terzo di tutto il lavoro, potenzialmente portando la disoccupazione al 12%. Ed è anche previsto che i data center e l’elettricità necessaria saranno pronti entro quattro anni. Troppo presto».

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