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Con i tassi in salita, è l’ora di rivedere i portafogli

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Le obbligazioni tornano a offrire rendimenti interessanti, mentre il rialzo del costo del denaro fa scendere il prezzo dei titoli già in circolazione. Dalle nuove scadenze ai bond già in portafoglio, come orientarsi nella nuova fase dei mercati
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Il ritorno dei tassi verso l’alto non riguarda soltanto chi deve chiedere un mutuo o finanziare un’impresa. Cambia anche le scelte di chi ha dei risparmi da investire. Dopo anni nei quali i rendimenti obbligazionari erano scesi a livelli molto bassi e le azioni avevano assunto un ruolo centrale nei portafogli grazie all’entusiasmo generato dalla lunga fase Toro, lo scenario si sta modificando. Titoli di Stato e obbligazioni tornano a offrire rendimenti interessanti, ma il movimento dei tassi porta con sé anche una maggiore volatilità.

Negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha alzato dopo tre anni il costo del denaro di 25 punti base e le attese sono per un’altra stretta entro fine anno. La Bce si è da tempo incamminata in questa direzione e non vi sono segnali di fine…

Il ritorno dei tassi verso l’alto non riguarda soltanto chi deve chiedere un mutuo o finanziare un’impresa. Cambia anche le scelte di chi ha dei risparmi da investire. Dopo anni nei quali i rendimenti obbligazionari erano scesi a livelli molto bassi e le azioni avevano assunto un ruolo centrale nei portafogli grazie all’entusiasmo generato dalla lunga fase Toro, lo scenario si sta modificando. Titoli di Stato e obbligazioni tornano a offrire rendimenti interessanti, ma il movimento dei tassi porta con sé anche una maggiore volatilità.

Negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha alzato dopo tre anni il costo del denaro di 25 punti base e le attese sono per un’altra stretta entro fine anno. La Bce si è da tempo incamminata in questa direzione e non vi sono segnali di fine del ciclo restrittivo, considerata l’ampia dipendenza dall’import energetico. A inizio agosto il tasso della Bce previsto per luglio 2027 era al 2,5%, lo stesso livello già raggiunto dalla banca centrale. A distanza di poche settimane le aspettative si sono spostate intorno al 3,25%, ricorda Rocco Probo, analista di Consultique. Una differenza che equivale a tre possibili rialzi da un quarto di punto e che si è riflessa sui prezzi delle obbligazioni.

Perché i bond tornano interessanti

Quando i tassi salgono, gli emittenti devono alzare i rendimenti delle nuove obbligazioni per incontrare l’interesse degli investitori. Per il risparmiatore questo significa poter ottenere una remunerazione maggiore rispetto a quella disponibile negli anni dei tassi vicini allo zero. Ma c’è il rovescio della medaglia: le obbligazioni già in circolazione, soprattutto quelle con scadenze lunghe, tendono a perdere valore perché diventano meno appetibili rispetto ai nuovi titoli.

“Dopo anni in cui molti investitori avevano progressivamente ridotto il peso delle obbligazioni in portafoglio, oggi vale la pena guardare di nuovo a questa asset class”, osserva Carlo Putti, investment director Fixed Income di M&G Investments. I rendimenti attuali, aggiunge, consentono ai bond di offrire nuovamente una combinazione di reddito e stabilità.

Per un risparmiatore con una propensione al rischio media, Putti ipotizza oggi di portare oltre la metà del portafoglio sul reddito fisso: 35% in titoli di Stato a media scadenza, 15% in obbligazioni societarie investment grade e 5% in governativi a breve. Il resto potrebbe essere suddiviso tra il 40% di azioni globali e il 5% di liquidità. Una ripartizione che, precisa Putti, va comunque adattata agli obiettivi individuali, all’orizzonte temporale e alla propensione al rischio.

Il nodo delle scadenze

È proprio sulla durata dei titoli che le valutazioni degli esperti divergono. Secondo Putti, un ruolo importante può essere affidato ai titoli di Stato a media scadenza, che permettono di fissare per alcuni anni i rendimenti oggi disponibili. Per la componente societaria privilegia, invece, le obbligazioni investment grade, cioè quelle emesse da aziende considerate finanziariamente più solide, dato che il rendimento aggiuntivo offerto oggi dai titoli più rischiosi, osserva, appare relativamente contenuto

Più prudente sulle scadenze è Probo, considerato che il rialzo dei tassi delle ultime settimane ha mostrato quanto possano oscillare anche i prezzi dei titoli di Stato. Come esempio, ricorda che il Btp decennale ha perso oltre il 2% dall’inizio di agosto. “Incrementare la quota di obbligazionario, soprattutto se a lungo termine, potrebbe esporre l’investitore a perdite momentanee di valore”, osserva l’analista, ricordando che inflazione, tensioni geopolitiche, debito e rischio politico restano fattori di incertezza.

La sua indicazione è quindi di sfruttare i rendimenti più elevati privilegiando per ora le scadenze brevi, meno sensibili alle oscillazioni dei tassi. “Meglio sarebbe invece trarre beneficio da questo rialzo bloccando rendimenti a scadenze brevi”, spiega Probo. Il quale ricorda come BTp a un anno offra attualmente rendimenti superiori al 3% lordo. Un’altra possibilità indicata dall’analista sono i titoli indicizzati all’inflazione con durata contenuta.

Cosa fare se i bond sono già in portafoglio

Il discorso cambia per chi aveva comprato obbligazioni prima dell’ultimo rialzo e oggi vede un segno meno sul dossier titoli. Il primo punto da considerare è che il calo del prezzo non equivale necessariamente a una perdita definitiva. Per un’obbligazione detenuta fino alla scadenza, le oscillazioni del prezzo durante la vita del titolo non hanno lo stesso significato che avrebbero in caso di vendita anticipata.

Diversa è la situazione di chi può avere bisogno di vendere prima della scadenza. In quel caso il prezzo di mercato conta e le obbligazioni più lunghe sono generalmente più sensibili alle variazioni dei tassi. Probo torna sull’esempio del Btp decennale: a parità del rendimento attuale, osserva, occorrerebbero circa sei mesi per recuperare attraverso il rendimento quanto perso sul prezzo in un mese e mezzo.

Per questo, di fronte a un bond in perdita, la decisione non dovrebbe partire soltanto dal segno meno visualizzato sul conto, ma dalla scadenza del titolo, dalla qualità dell’emittente e soprattutto dalla possibilità di mantenerlo fino al rimborso. Vendere significa rendere effettiva la perdita maturata sul prezzo; mantenere il titolo consente invece di continuare a incassare le cedole previste e, salvo problemi dell’emittente, arrivare al rimborso alla scadenza. Per i nuovi investimenti, invece, Probo suggerisce in questa fase di guardare soprattutto alle durate brevi, limitando così l’esposizione a eventuali ulteriori rialzi dei rendimenti.

Lo schema tradizionale 60/40 entra in crisi

Il ritorno delle obbligazioni non significa necessariamente abbandonare Piazza Affari e gli altri mercati azionari. Azioni e bond svolgono funzioni diverse e la diversificazione resta uno degli strumenti per distribuire il rischio. Putti ricorda che per decenni un riferimento per molti investitori è stato il cosiddetto portafoglio 60/40, con il 60% investito in azioni e il 40% in obbligazioni. Oggi, a suo giudizio, i rendimenti del reddito fisso consentono ai bond di assumere un peso maggiore.

Finora l’azionario ha resistito al rialzo dei tassi meglio del mercato obbligazionario, sostenuto dagli utili delle imprese e, soprattutto negli Stati Uniti, dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale. I tassi elevati rappresentano però un elemento di pressione soprattutto per i titoli growth (quelli con elevato potenziale di crescita, ma nel lungo periodo), il cui valore dipende in misura maggiore dagli utili attesi negli anni futuri.

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