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Giampaolo Galli: “Ora una manovra molto stretta se il governo vuole uscire dai sorvegliati Ue”

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L’economista e direttore scientifico dell’Osservatorio conti pubblici: “L’abolizione del bollo? Difficile finanziarlo con la flessibilità Ue”
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Il 3,1% di deficit, confermato oggi dall’Istat, pesa più politicamente che economicamente. Ma per Giampaolo Galli, economista e direttore scientifico dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica, ora «la manovra è molto stretta». E la clausola energia-difesa? «Aiuta sulla spesa, ma deficit e debito restano».

Professor Galli, che cosa significa per l’Italia la conferma del deficit al 3,1%?

«Il governo voleva anticipare di un anno l’uscita dalla procedura, anche per poter rivendicare sul piano politico ed elettorale di aver messo a posto i conti pubblici e di aver portato l’Italia fuori dalla lista dei sorvegliati speciali. Questa operazione non è riuscita».

È una bocciatura?

«La riduzione del deficit è stata comunque molto consistente. Dal punto di vista economico, la differenza fra il 3,1 e il 2,9% è quasi irrilevante. Conta però il fatto di essere o non essere nella lista dei sorvegliati speciali in Europa».

Il 3,1% di deficit, confermato oggi dall’Istat, pesa più politicamente che economicamente. Ma per Giampaolo Galli, economista e direttore scientifico dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica, ora «la manovra è molto stretta». E la clausola energia-difesa? «Aiuta sulla spesa, ma deficit e debito restano».

Professor Galli, che cosa significa per l’Italia la conferma del deficit al 3,1%?

«Il governo voleva anticipare di un anno l’uscita dalla procedura, anche per poter rivendicare sul piano politico ed elettorale di aver messo a posto i conti pubblici e di aver portato l’Italia fuori dalla lista dei sorvegliati speciali. Questa operazione non è riuscita».

È una bocciatura?

«La riduzione del deficit è stata comunque molto consistente. Dal punto di vista economico, la differenza fra il 3,1 e il 2,9% è quasi irrilevante. Conta però il fatto di essere o non essere nella lista dei sorvegliati speciali in Europa».

Che cosa deve fare adesso il governo?

«Deve riuscire a stare sotto il 3% nel 2026. La mia impressione è che possa farcela: il fabbisogno di cassa sta andando abbastanza bene e il Pil cresce più di quanto previsto nel Documento di finanza pubblica di aprile. La previsione era dello 0,6%, ma l’acquisito è già allo 0,8%. Una crescita dell’1% è abbastanza probabile».

Basta chiudere il 2026 sotto il 3%?

«No. Se l’Italia resta sotto il 3% quest’anno, ma con la legge di bilancio programma di superarlo nel 2027, non credo possa uscire dalla procedura. La regola europea richiede che il rientro sia durevole. Altrimenti basterebbe rinviare le spese da un anno a quello successivo. La conseguenza del 3,1% confermato dall’Istat è dunque una legge di bilancio molto stretta».

Non è solo una questione politica. C’è anche la clausola per energia e difesa.

«Sì, e qui c’è un’asimmetria che credo faccia poco piacere al ministro Giorgetti. Un Paese che non è sottoposto alla procedura può superare il 3% utilizzando la clausola e non entrare nella procedura. Se invece è già sottoposto alla procedura e supera il 3% per effetto della clausola, non ne esce».

Può fare un esempio?

«Immaginiamo due Paesi con un deficit al 3,5% nel 2027 perché hanno utilizzato lo 0,6% di clausola, partendo entrambi dal 2,9%. Quello che era già nella procedura ci rimane. Quello che non c’era può non entrarvi. Questa è l’asimmetria delle regole».

La clausola non esclude dal deficit le nuove spese.

«Esatto. Consente di derogare al percorso della spesa netta, ma le spese continuano a pesare sul deficit e sul debito. È uno strumento temporaneo, pensato inizialmente per permettere ai Paesi di aumentare la spesa militare attenuandone per qualche anno gli effetti sul resto del bilancio. Poi l’Italia e altri Paesi hanno chiesto di includere anche la sicurezza energetica».

Quali possibilità ha ora il governo?

«Può scegliere di fare una legge di bilancio elettorale e restare sopra il 3%. Naturalmente può farlo e poi lasciare la questione al prossimo governo. Ma non potrebbe più dire di aver portato l’Italia fuori dalla lista dei sorvegliati speciali. E questo sembra essere un obiettivo importante sia per Giorgetti sia per la presidente del Consiglio».

L’Italia potrebbe utilizzare fino allo 0,3% del Pil per la sicurezza energetica. Che effetto avrebbe?

«Se il deficit di partenza fosse al 2,8%, aggiungendo lo 0,3% si arriverebbe al 3,1%. Per rimanere sotto il 3% anche nel 2027 bisognerebbe quindi partire da un livello inferiore al 2,8%, oppure utilizzare meno dello 0,3% previsto dalla clausola».

La flessibilità può finanziare un nuovo taglio delle accise?

«No. È stato detto chiaramente che la clausola non può essere utilizzata per ridurre le accise».

Il governo potrebbe però inserirvi spese energetiche già programmate e liberare risorse per la manovra?

«La moneta è fungibile. Se una spesa viene coperta attraverso la clausola, si crea spazio per altre misure. Ma in questo caso non sarà facile, perché sono ammesse soltanto le spese decise dopo il 28 febbraio 2026 e destinate alla sicurezza energetica o alla transizione ecologica».

Quali interventi potrebbero rientrarvi?

«Soprattutto quelli che aumentano l’autosufficienza energetica, quindi le energie rinnovabili. Potrebbe esserci anche altro, ma dubito che possa rientrarvi l’abolizione del bollo auto».

Perché?

«Il bollo per le auto di cilindrata medio-bassa è una misura più selettiva rispetto al taglio generalizzato delle accise e da questo punto di vista potrebbe essere visto un po’ meglio dalla Commissione. Ma resta difficile considerarlo una spesa per la sicurezza energetica».

Quindi la clausola resta utilizzabile, ma non risolve il problema dei conti.

«Esatto. Il governo può utilizzarla, ma deve fare i conti con il limite del 3%. Se vuole uscire dalla procedura, deve costruire una manovra che lasci abbastanza spazio sotto quella soglia».

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