Istat, il deficit resta al 3,1%. Sfuma l’uscita anticipata dalla procedura Ue. Cosa succede ora
di Valentina ConteROMA – L’Italia resta nella procedura europea per deficit eccessivo. La revisione dei conti nazionali pubblicata dall’Istat conferma per il 2025 un disavanzo pari al 3,1% del Pil. Sfuma così l’ipotesi di un’uscita anticipata già nel 2026, sulla quale il governo aveva puntato nelle ultime settimane.
Che cosa ha certificato l’Istat?
Il deficit del 2025 è pari a 69,736 miliardi, contro i 69,381 miliardi stimati ad aprile. Il Pil nominale sale invece da 2.258,049 a 2.265,003 miliardi.
La revisione ha quindi aumentato il Pil di 6,954 miliardi, ma contemporaneamente ha peggiorato il disavanzo di 355 milioni. Il risultato finale non cambia: il rapporto deficit-Pil resta al 3,1%.
Che cosa è successo al secondo decimale?
Il rapporto era pari a …
ROMA – L’Italia resta nella procedura europea per deficit eccessivo. La revisione dei conti nazionali pubblicata dall’Istat conferma per il 2025 un disavanzo pari al 3,1% del Pil. Sfuma così l’ipotesi di un’uscita anticipata già nel 2026, sulla quale il governo aveva puntato nelle ultime settimane.
Che cosa ha certificato l’Istat?
Il deficit del 2025 è pari a 69,736 miliardi, contro i 69,381 miliardi stimati ad aprile. Il Pil nominale sale invece da 2.258,049 a 2.265,003 miliardi.
La revisione ha quindi aumentato il Pil di 6,954 miliardi, ma contemporaneamente ha peggiorato il disavanzo di 355 milioni. Il risultato finale non cambia: il rapporto deficit-Pil resta al 3,1%.
Che cosa è successo al secondo decimale?
Il rapporto era pari a circa il 3,073% con i dati di aprile. Con i nuovi numeri sale leggermente al 3,079%. La revisione del Pil non è dunque bastata a spingere il deficit sotto la soglia europea.
Quanto sarebbe servito?
Per portare il deficit esattamente al 3% sarebbero mancati circa 1,8 miliardi. Ma per arrivare al 2,94%, il valore indicato dall’Istat come quello necessario per ottenere un dato chiaramente inferiore al 3% anche dopo l’arrotondamento, sarebbe servito un miglioramento di circa 3,145 miliardi.
Con il nuovo Pil, il disavanzo avrebbe dovuto fermarsi a circa 66,591 miliardi. È invece arrivato a 69,736 miliardi.
Perché il deficit è peggiorato?
L’Istat ha rivisto al rialzo le entrate per 1,991 miliardi, ma ha aumentato le uscite per 2,346 miliardi. La differenza produce un peggioramento del deficit di 355 milioni.
A pesare sono soprattutto le uscite in conto capitale, aumentate di 2,488 miliardi, principalmente per gli investimenti. Sul lato delle entrate sono state invece ridotte di 794 milioni le stime relative alle imposte, in particolare quelle indirette sull’energia.
L’Italia è automaticamente condannata a restare nella procedura?
No. È saltata l’uscita anticipata basata sui conti del 2025, non l’uscita ordinaria.
Il percorso europeo prevede che l’Italia riporti il deficit sotto il 3% nel 2026. Nella primavera del 2027 Eurostat certificherà il risultato. La Commissione dovrà poi verificare che il disavanzo resti sotto la soglia anche nel 2027 e nel 2028. Solo a quel punto potrà proporre al Consiglio Ue di chiudere formalmente la procedura.
Che cosa deve accadere nel 2026?
Il deficit effettivo del 2026 deve essere inferiore al 3% del Pil. La previsione italiana è al 2,9%, appena un decimo sotto la soglia. Il margine teorico vale poco più di 2 miliardi e non può essere considerato interamente spendibile, perché basta una crescita più debole, una maggiore spesa per interessi o un intervento aggiuntivo per riportare il rapporto al 3%.
Se il deficit 2026 restasse al 3% o lo superasse, la chiusura della procedura nel 2027 diventerebbe molto più difficile e potrebbe essere rinviata.
Restare nella procedura impedisce di usare la clausola energia-difesa?
No. La clausola può essere attivata anche da un Paese sottoposto a procedura per deficit eccessivo. È quindi sbagliato dire che la mancata uscita anticipata impedisce automaticamente all’Italia di utilizzarla.
La clausola permette di scorporare determinate spese per difesa ed energia dal calcolo del percorso della spesa netta concordato con Bruxelles. Ma quelle spese continuano a entrare nel deficit nominale e nel debito.
Qual è allora il problema?
Il problema è il margine disponibile sotto il 3%. Se le nuove spese finanziate attraverso la clausola spingessero il deficit 2026 sopra la soglia, l’Italia non potrebbe uscire dalla procedura nel 2027. Lo stesso vale per le previsioni del 2027 e del 2028, che la Commissione dovrà valutare prima di proporre la chiusura.
La clausola dunque non cade. Ma dovrà essere calibrata sui margini di deficit: circa un decimo di Pil nel 2026, due decimi nel 2027 e mezzo punto nel 2028, sulla base dell’attuale traiettoria programmatica.
Che cosa cambia adesso?
Il governo dovrà scegliere quanta parte della flessibilità utilizzare senza compromettere il rientro sotto il 3%. L’uscita dalla procedura resta possibile nel 2027, ma non è automatica: dipenderà dal consuntivo 2026 e dalle previsioni per i due anni successivi.
Il verdetto dell’Istat chiude quindi la scorciatoia del 2025. La partita si sposta interamente sui conti del 2026 e sull’equilibrio tra manovra, crescita, interessi e utilizzo della clausola energia-difesa.