Italia, ultima chance per restare una potenza industriale
di Marco Piccitto e Jan Mischke *L’industria è stata a lungo alla base della prosperità italiana. Oggi quella posizione è sotto pressione. Gli Usa hanno assunto la leadership tecnologica, la Cina si è affermata in comparti finora considerati punti di forza dell’Italia e dell’Europa, come automotive e siderurgia. Una nuova ricerca del think tank McKinsey Global Institute (Mgi) misura la portata della sfida e indica come l’Italia può mantenere un ruolo di primo piano negli anni a venire.
Il dibattito sulla competitività tende spesso a concentrarsi sulla riduzione della burocrazia o sulle riforme strutturali. Lo studio Mgi adotta un unico parametro misurabile: l’investimento produttivo, cioè gli investimenti in stabilimenti, ricerca e sviluppo, piattaforme produttive. Il capitale viene impiegato nei settori e nei luoghi in cui le imprese ritengono di poter competere con successo. L’accumulazione di capitale migliora le capacità di un Paese e determina, in genere, circa l’80% della crescita della produttività.
Il divar…
L’industria è stata a lungo alla base della prosperità italiana. Oggi quella posizione è sotto pressione. Gli Usa hanno assunto la leadership tecnologica, la Cina si è affermata in comparti finora considerati punti di forza dell’Italia e dell’Europa, come automotive e siderurgia. Una nuova ricerca del think tank McKinsey Global Institute (Mgi) misura la portata della sfida e indica come l’Italia può mantenere un ruolo di primo piano negli anni a venire.
Il dibattito sulla competitività tende spesso a concentrarsi sulla riduzione della burocrazia o sulle riforme strutturali. Lo studio Mgi adotta un unico parametro misurabile: l’investimento produttivo, cioè gli investimenti in stabilimenti, ricerca e sviluppo, piattaforme produttive. Il capitale viene impiegato nei settori e nei luoghi in cui le imprese ritengono di poter competere con successo. L’accumulazione di capitale migliora le capacità di un Paese e determina, in genere, circa l’80% della crescita della produttività.
Il divario con Usa e Cina
Secondo questo parametro, il tasso di investimento produttivo netto dell’Italia, che esclude gli investimenti residenziali e la sostituzione degli asset obsoleti, è pari al 2,2% del Pil. Questo valore è in linea con la media europea, ma il confronto con l’Europa rischia di nascondere il divario che conta: negli Stati Uniti il tasso netto è circa il doppio di quello europeo, in Cina sei volte quello statunitense. Il gap emerge anche dalla composizione: la proprietà intellettuale in Italia non arriva al 20% degli investimenti produttivi, contro quasi il 40% negli Stati Uniti e circa il 25% in Giappone e Germania; macchinari e attrezzature ne rappresentano circa la metà.
Un criterio empirico indica che i Paesi crescono a un ritmo pari a circa la metà del loro tasso di investimento netto. Con il livello attuale, l’Italia può quindi attendersi una crescita annua di circa l’1%: in linea con la media europea, ma pari soltanto alla metà di quella di Usa, Paesi nordici o penisola iberica.
L’attuale livello degli investimenti, tuttavia, non è un destino inevitabile: l’Italia può fare leva su importanti vantaggi competitivi e dispone di ambiti concreti di intervento. Da un lato, può contare su una base industriale di livello mondiale, competenze ingegneristiche di qualità, importanti investimenti infrastrutturali recenti e un ecosistema diversificato di distretti industriali. Il costo del lavoro è inferiore del 30% rispetto a Germania e Francia, mentre le riforme del Pnrr stanno iniziando a incidere sul contesto degli investimenti, in particolare accelerando le procedure autorizzative. L’Italia resta il secondo Paese manifatturiero dell’Unione europea e il settimo al mondo. Gli investimenti diretti esteri greenfield sono in crescita: finora soprattutto nelle comunicazioni e nei semiconduttori, sempre più anche nei progetti dei produttori automobilistici. La spesa per macchinari è aumentata di quasi il 60% dall’avvio delle riforme di Industria 4.0. Lo sviluppo dei data center è destinato quasi a raddoppiare, fino a circa 10 miliardi di euro nel 2025-26, e a più che triplicare la capacità di calcolo entro il 2030.
Il tema dei costi
Dall’altro lato, permangono fattori che frenano gli investimenti; tra questi, il maggiore costo dei fattori produttivi. Nei dieci settori analizzati da Mgi, i costi livellati in Europa e in Italia superano di almeno il 30% quelli delle aree più competitive, a partire dalla Cina: pesano le spese di costruzione, oltre ai prezzi dell’elettricità industriale, tra i più elevati del continente. Questo dato di realtà non può però trasformarsi in un alibi. Due leve possono essere attivate indipendentemente dal costo dei fattori produttivi: ridurre il divario di costo e di velocità nella realizzazione degli investimenti e competere attraverso innovazione, qualità e specializzazione.
La prima leva riguarda il modo in cui i progetti vengono realizzati. Costruire un impianto per la produzione di semiconduttori in Europa o negli Stati Uniti può costare quasi il doppio rispetto alla Cina continentale e a Taiwan. Le centrali nucleari realizzate di recente in Occidente sono costate circa tre volte in più degli ultimi progetti in Corea del Sud. Una parte significativa del divario non dipende soltanto dai maggiori costi del lavoro, dell’acciaio, del cemento o delle attrezzature, ma da procedure autorizzative più lente, cicli di sviluppo più lunghi, soluzioni progettuali più personalizzate e una minore capacità di capitalizzare l’esperienza da un progetto all’altro. Costruzione modulare, siti già autorizzati e riutilizzo dei progetti possono ridurre costi e tempi. Aumentare la generazione e l’accumulo di energia e realizzare nuove connessioni alla rete contribuirebbe ad abbassare i prezzi dell’elettricità industriale. Anche modelli operativi basati su IA e robotica possono compensare le differenze nel costo del lavoro.
La seconda leva consiste nel cambiare le regole del gioco, offrendo prodotti che i concorrenti non siano in grado di eguagliare per qualità o caratteristiche. I farmaci più avanzati, per esempio, offrono ai produttori diritti di privativa più certi e duraturi, fino a dieci-quattordici anni dopo la prima approvazione. In Italia gli esempi non mancano. Le esportazioni del lusso hanno toccato 83 miliardi di euro nel 2024; i distretti industriali specializzati sono leader mondiali in oltre 200 prodotti di nicchia.
In un mondo più frammentato, la competitività non è un’opzione. Rafforzarla significa garantire sicurezza, crescita e prosperità. L’Italia dispone di solide basi e degli strumenti necessari per prosperare: ora tocca al settore privato e ai decisori pubblici tracciare insieme la strada da seguire.
* Managing Partner per il Mediterraneo di McKinsey & Company e Partner McKinsey Global Institute