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Dalla flat tax ai bonus, la manovra si complica. Trattativa con la Ue

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Meloni irritata con Giorgetti perché nelle scorse settimane era sembrato ottimista. Messaggio a Bruxelles per aprire un dialogo
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ROMA - Il fiasco del ricalcolo del deficit sortisce, per Giorgia Meloni, un effetto bizzarro: rende più vicine le elezioni anticipate ma più lontane le misure elettorali. Ora che i margini di spesa si sono ristretti, meglio andare al voto prima che la tormenta dell’inflazione al galoppo manifesti i suoi effetti più nefasti. Al contrario, la manovra di manica larga che la premier sognava si fa sempre più in bilico. La cancellazione «strutturale» del bollo auto, la flat tax per i giovani, l’ecobonus al 65% per i lavori in casa, il taglio del canone Rai: tutte promesse da rimettere in fretta nel cassetto, in attesa di capire se potranno essere riproposte all’ultimo minuto utile.

È la coda velenosa di un effetto domino che scompagina il piano immaginat…

ROMA - Il fiasco del ricalcolo del deficit sortisce, per Giorgia Meloni, un effetto bizzarro: rende più vicine le elezioni anticipate ma più lontane le misure elettorali. Ora che i margini di spesa si sono ristretti, meglio andare al voto prima che la tormenta dell’inflazione al galoppo manifesti i suoi effetti più nefasti. Al contrario, la manovra di manica larga che la premier sognava si fa sempre più in bilico. La cancellazione «strutturale» del bollo auto, la flat tax per i giovani, l’ecobonus al 65% per i lavori in casa, il taglio del canone Rai: tutte promesse da rimettere in fretta nel cassetto, in attesa di capire se potranno essere riproposte all’ultimo minuto utile.

È la coda velenosa di un effetto domino che scompagina il piano immaginato fino alla vigilia del verdetto dell’Istat, quando a palazzo Chigi sono arrivati i primi segnali negativi. Inchiodata alla procedura di infrazione, Meloni è infatti costretta a riflettere se utilizzare o no la clausola di salvaguardia che liberebbe fino a 36 miliardi di flessibilità per difesa e energia. Una buona fetta, circa 15 miliardi, già nella legge di bilancio. Se avesse centrato l’uscita dalla procedura già quest’anno, avrebbe avuto la certezza che queste spese extra - che in tutto valgono l’1,5% del Pil – non sarebbero state conteggiate ai fini del Patto di stabilità negli anni successivi. Restare sotto al 3% sarebbe stato molto più facile e con molti più soldi da spendere, fuori sacco rispetto ai vincoli Ue.

Aver disatteso quest’obiettivo complica invece la tabella di marcia. Anzi, in base alle regole europee, l’Italia non avrebbe più diritto a questo scomputo. Il governo, però, ci spera ancora. Con un messaggio sotterraneo già recapitato a Bruxelles: se volete che l’esecutivo investa fino a 22 miliardi nel comparto difesa, allora allargate le maglie. La mossa emergenziale, ideata dal sottosegretario meloniano Giovanbattista Fazzolari, prova a salvare la manovra elettorale. Chiedendo di fatto all’Europa di trattare l’Italia come un Paese fuori dalla procedura, con il via libera allo scomputo del deficit legato alla flessibilità. In questo modo il percorso di rientro si farebbe meno doloroso.

Ma se la Commissione Ue dovesse mostrarsi reticente, allora spazio al piano b. La clausola verrebbe attivata parzialmente, garantendo alla legge di bilancio un po’ di soldi freschi. Allo stesso tempo tempo si terrebbero i conti in ordine, con il deficit lontano dalla soglia critica del 3%. In ogni caso, la flessibilità diventerebbe necessaria per tenere in piedi le misure elettorali. Spostando alcune spese dal bilancio alla clausola, si aprirebbero spazi per tagliare le tasse o aumentare i fondi per la sanità.

Politicamente, oltre l’impatto sulla manovra, Meloni deve governare un danno d’immagine, perché per mesi ai piani alti dell’esecutivo spargevano fiducia sull’uscita dalla procedura d’infrazione. Ora si cercano capri espiatori. In tv, la premier ha riversato la sua irritazione sull’Istat, colpevole, a suo dire, di avere sottostimato la crescita. Critica feroce ribadita da un dossier interno dell’ufficio studi di Fratelli d’Italia.

Ma alla reprimenda pubblica indirizzata all’istituto di statistica, se ne aggiunge un’altra privata, che ha come bersaglio il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ritenuto troppo ottimista nelle scorse settimane. Tanto da «avere spinto Giorgia a parlare dell’uscita dalla procedura d’infrazione nel discorso di Bari, sul governo più longevo, nemmeno venti giorni fa», ricordano a denti stretti i fedelissimi della leader. Lo stesso Fazzolari sarebbe inviperito col capo del Mef, raccontano più fonti. In realtà il titolare del Tesoro non si è mai detto ottimista, al massimo «speranzoso». I segnali inviati in direzione di palazzo Chigi sono stati sempre improntati alla prudenza. E anche nelle fila dei Fratelli non manca chi si era lasciato andare a previsioni rosee, come il viceministro dell’Economia Maurizio Leo.

Attriti, tensioni, veleni. E un punto interrogativo che pende sul cantiere dell’ultima legge di bilancio del centrodestra al governo. Perché se alla fine l’esecutivo dovrà agire dentro spazi angusti, allora la corsa alle urne diventerebbe una necessità. E alla premier non dispiacerebbe affatto.

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