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Sull’attacco di Meloni all’Istat, la statistica resta presidio democratico

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La premier ha criticato l’istituto per i dati sul deficit e sulla revisione del Pil. Ma i numeri non funzionano né per desideri, né per aspettative
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Alla Presidente del Consiglio i dati del rapporto deficit/Pil non sono piaciuti. Avremmo tutti preferito uscire dalla procedura di infrazione. Ma accusare l’Istat e deriderla, come ha fatto ieri sera, è inaccettabile: «Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo». La Presidente ha anche affermato che la crescita del Pil viene rivista tutti gli anni al rialzo. E ciò non è vero.

Ci sono anni in cui la revisione è stata rivista al ribasso. Già ad aprile era entrata a gamba tesa contro l’Istat proprio sulla stima anticipata del rapporto deficit/Pil, affermando che per lo stesso motivo sottolineato oggi (sottostima della crescita) ci sarebbe stata la “beffa” di un rapporto sotto al 3%.

Ma non c’è stata nessuna “beffa”, semplicemente non si è …

Alla Presidente del Consiglio i dati del rapporto deficit/Pil non sono piaciuti. Avremmo tutti preferito uscire dalla procedura di infrazione. Ma accusare l’Istat e deriderla, come ha fatto ieri sera, è inaccettabile: «Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo». La Presidente ha anche affermato che la crescita del Pil viene rivista tutti gli anni al rialzo. E ciò non è vero.

Ci sono anni in cui la revisione è stata rivista al ribasso. Già ad aprile era entrata a gamba tesa contro l’Istat proprio sulla stima anticipata del rapporto deficit/Pil, affermando che per lo stesso motivo sottolineato oggi (sottostima della crescita) ci sarebbe stata la “beffa” di un rapporto sotto al 3%.

Ma non c’è stata nessuna “beffa”, semplicemente non si è avverato ciò che lei riteneva “probabile”. La verità è che un Pil rivisto al rialzo, da solo, non può determinare automaticamente un rapporto deficit/Pil più basso. Bisogna considerare la revisione sia del disavanzo (numeratore) sia del Pil (denominatore). Ebbene, anche il deficit è cresciuto di 355 milioni, e sarebbe dovuto diminuire di 3 miliardi per andare sotto il 3%.

La statistica pubblica non funziona per desideri, né per aspettative. Funziona attraverso definizioni, fonti, procedure, classificazioni, controlli e metodologie condivise a livello europeo. Ed è proprio questa la sua forza. In Italia come in Spagna le procedure sono le stesse.

Contestare un risultato significa confrontarsi nelle sedi apposite con le fonti e con i metodi che lo hanno prodotto. Ben più utile al Paese ed allo stesso governo sarebbe stato prendere seriamente in considerazione quel 3,1% uscito ad aprile e tanto contestato dalla Presidente del Consiglio, monitorando le spese e mettendo in atto adeguate manovre correttive in tempo.

L’Istat non è intoccabile, in una democrazia si possono discutere i dati ufficiali, avere dubbi su una stima, chiedere chiarimenti, confrontare metodologie diverse. Ma c’è una cosa che un governo non dovrebbe mai fare: insinuare, introdurre sospetti per un dato non gradito politicamente. Questo porta a delegittimare la statistica ufficiale di fronte ai cittadini.

L’Istat non deve dare ragione al governo, né all’opposizione. Non deve essere un avversario politico di nessuno. È l’istituzione che produce una parte fondamentale della conoscenza, sulla quale si fondano le decisioni pubbliche, economiche e sociali del Paese, sulla base di standard internazionali. E proprio per questo va rispettata nella sua indipendenza, soprattutto da chi ha responsabilità di governo, ma anche dalle opposizioni.

Questo è il punto sul quale bisogna essere rigorosi. Non si fa il tecnico quando non lo si è. Altrimenti si passa dalla critica scientifica all’illazione. E questo è pericoloso, perché induce i cittadini a non fidarsi della statistica ufficiale. E quando questa si incrina, peggiora la qualità delle statistiche, che sono fondate sulla partecipazione dei cittadini.

La statistica ufficiale non appartiene a chi governa, appartiene al Paese. Chi governa ha il diritto e il dovere di utilizzare i dati, discuterli nelle forme e luoghi adeguati, ma sempre avendo l’accortezza di non minare la fiducia dei cittadini nell’istituzione che quei dati produce.

Perché la statistica ufficiale è un asset essenziale alla democrazia. Nelle dittature si può essere scettici sui dati ufficiali, perché spesso sono manipolati e piegati al potere. In democrazia i dati sono pubblici, le metodologie per elaborarli sono trasparenti e disputabili, da un punto di vista scientifico, ma certamente non politico.

In fondo, la lezione è semplice: le statistiche ufficiali non possono essere difese quando piacciono, né attaccate quando deludono. È in questa libertà dai desideri della politica che risiede il loro valore. Ed è anche in questa capacità di accettare i dati, anche quando contraddicono le nostre aspettative, che si misura la maturità di una democrazia. Anche quando si è in campagna elettorale.

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