* Professoressa Ordinaria di Economia e Gestione delle Imprese e Preside della Facoltà di Scienze Economiche e Giuridiche presso l’Università Mercatorum
Su un punto non c’è distanza: una sequenza di video, slide e dispense non sostituisce ciò che accade in un’aula universitaria. È vero. Ed è altrettanto vero che l’università pubblica vive da anni in edifici spesso fatiscenti, con postazioni improvvisate, personale precario e docenti senza un ufficio o una connessione adeguata. Chi denuncia questa realtà non esagera.
Il definanziamento e il precariato sono problemi strutturali. Le università digitali non hanno interesse a un sistema pubblico debole. Il punto di dissenso nasce quando una diagnosi corretta viene indirizzata contro la crescita della formazione digitale quale causa delle difficoltà presenti nelle università pubbliche.
La relazione non finisce con la lezione
Descrivere l’università digitale come una raccolta di contenuti registrati significa confondere una modalità di fruiz…
* Professoressa Ordinaria di Economia e Gestione delle Imprese e Preside della Facoltà di Scienze Economiche e Giuridiche presso l’Università Mercatorum
Su un punto non c’è distanza: una sequenza di video, slide e dispense non sostituisce ciò che accade in un’aula universitaria. È vero. Ed è altrettanto vero che l’università pubblica vive da anni in edifici spesso fatiscenti, con postazioni improvvisate, personale precario e docenti senza un ufficio o una connessione adeguata. Chi denuncia questa realtà non esagera.
Il definanziamento e il precariato sono problemi strutturali. Le università digitali non hanno interesse a un sistema pubblico debole. Il punto di dissenso nasce quando una diagnosi corretta viene indirizzata contro la crescita della formazione digitale quale causa delle difficoltà presenti nelle università pubbliche.
La relazione non finisce con la lezione
Descrivere l’università digitale come una raccolta di contenuti registrati significa confondere una modalità di fruizione con un processo educativo. Le telematiche oggi organizzano lezioni sincrone, laboratori, accesso a banche dati specialistiche e riviste scientifiche, biblioteca digitale, tutorato individuale, comunità di apprendimento, verifiche in presenza, orientamento e servizi per il lavoro. Non cancellano l’aula. Ne allargano il perimetro.
Per molti studenti la relazione con l’ateneo prosegue oltre l’orario della lezione. Una domanda inviata alle undici di sera può ricevere una risposta; una spiegazione può essere riascoltata; una settimana difficile può essere recuperata. Questa flessibilità non è un lusso. È la condizione che permette di studiare a chi lavora, ha responsabilità familiari o vive lontano da una sede universitaria.
La flessibilità, però, funziona solo se qualcuno accompagna lo studente. Altrimenti diventa solitudine. La qualità, online come in presenza, dipende dalla progettazione dei corsi, dalla preparazione dei docenti, dalla serietà delle verifiche e dalla rete di sostegno costruita intorno a chi studia.
La qualità si dimostra
Per secoli l’autorevolezza dell’università è stata custodita anche nei suoi luoghi: la sede storica, la cattedra, la biblioteca. Quel modello continua ad avere valore, ma oggi la legittimità di un ateneo si misura sempre più su elementi verificabili: l’accreditamento, la qualità dei corsi, le modalità d’esame, i risultati dei laureati e la ricerca prodotta.
Vale per l’università più antica del Paese e per quella nata ieri. Dove gli standard di docenza non sono rispettati, è giusto che il Ministero intervenga. Lo stesso rigore deve però valere per l’intero sistema, statale, non statale e telematico. La riforma in corso riguarda gli organici, il reclutamento e soprattutto il modo in cui si verifica l’apprendimento: rapporti tra docenti e studenti, sedi e modalità degli esami, tracciabilità dei percorsi.
Le realtà virtuose e quelle critiche non coincidono automaticamente con una categoria di atenei. Dipendono dalle persone, dall’organizzazione e dall’efficacia dei controlli. Anche per questo il confronto dovrebbe partire dai dati, non dalle etichette.
Oltre trecentomila studenti chiedono una risposta
Gli iscritti alle università telematiche sono passati da circa 119.000 nell’anno accademico 2018/19 a quasi 308.000 nel 2024/25. È un aumento del 159 per cento in sei anni. Liquidare questa crescita come una scelta sbagliata di massa impedisce di capire quale bisogno stia soddisfacendo.
In Italia possiede un titolo terziario il 22,3 per cento delle persone tra i 25 e i 64 anni, contro il 41,8 per cento della media OCSE. Il ritardo non si colma chiedendo a chi lavora, ha figli, vive a ottanta chilometri da un ateneo o ha interrotto gli studi da anni di rientrare in un modello pensato soprattutto per il diciannovenne a tempo pieno.
Il mercato del lavoro cambia più rapidamente dei cicli formativi. Aggiornare o ricostruire le competenze è ormai un’esigenza strutturale del Paese. Le università telematiche non creano questa domanda: la intercettano. La disponibilità di ambienti di programmazione, software per l’elaborazione di dati, strumenti statistici, piattaforme collaborative hanno consentito di rafforzare la componente applicativa della didattica, favorendo una maggiore integrazione tra attività formative e competenze richieste dal mondo del lavoro.
Un calendario diverso e molte persone dietro lo schermo
In molti atenei i corsi si concentrano in un semestre, mentre l’altro è dedicato allo studio e alla ricerca. Nelle telematiche l’attività didattica è distribuita lungo tutto l’anno tra lezioni sincrone, sessioni d’esame, tesi e tutorato. È uno dei motivi per cui queste strutture riescono a seguire un numero elevato di studenti: hanno un calendario e un’organizzazione differenti.
Dietro lo schermo, inoltre, non ci sono soltanto i docenti. Ci sono le segreterie, i tutor, il supporto tecnico e amministrativo. Sono le persone che rispondono, orientano e risolvono problemi ogni giorno. Quando si dice che nell’università digitale mancano i luoghi, si dimentica che un luogo educativo è anche qualcuno che risponde quando serve.
I finanziamenti non spiegano la crisi degli atenei pubblici
Nel 2025 i finanziamenti pubblici destinati alle 11 università telematiche riconosciute dal MUR equivalgono ad appena lo 0,021% del FFO.
Dei 9,4 miliardi complessivamente stanziati il contributo previsto dalla legge 243/1991 alle tematiche ammonta a 1,96 milioni, necessari anche per accedere ai bandi di ricerca secondo il DM n.753 del 20-10-2025.
Si tratta quindi di strumenti di finanziamento differenti e il confronto va quindi letto con cautela.
Le sfide che riguardano tutti
La prima è demografica. I nati in Italia sono scesi da 576.659 nel 2008 a 369.944 nel 2024. Nei prossimi quindici o vent’anni le coorti in età universitaria saranno sensibilmente più piccole. Nessun ateneo potrà costruire il proprio futuro soltanto sulla matricola diciannovenne: la formazione degli adulti lungo tutto l’arco della vita diventerà sempre più importante.
La seconda sfida è la transizione digitale, l’avvento dell’intelligenza artificiale coinvolge tutti i settori e la società. Se una macchina produce in pochi secondi l’elaborato che ieri chiedevamo a uno studente, dobbiamo ridefinire che cosa significhi verificare e certificare un apprendimento. La questione riguarda l’aula fisica quanto la piattaforma digitale, e investe anche la ricerca, l’integrità scientifica e i sistemi di valutazione. Sfide che le università hanno il compito di guidare con una continua attenzione agli aspetti etici e alla tutela dell’integrità accademica.
La terza riguarda la funzione stessa dell’università. Quando l’informazione è ovunque, spesso già confezionata e separata dalle fonti, il compito dell’alta formazione non è soltanto trasmetterla. È insegnare a distinguere, verificare, argomentare e dissentire con metodo. Lo spirito critico non nasce automaticamente né dentro un’aula né su una piattaforma: deve essere progettato, coltivato e valutato.
Restano poi il divario legato all’origine familiare, il disallineamento tra competenze e lavoro, il precariato della ricerca e della didattica, la fuga di ricercatrici e ricercatori, gli stipendi poco attrattivi, il divario tra Nord e Sud e il benessere psicologico degli studenti. Tra i giovani adulti italiani, il conseguimento di un titolo terziario varia di 48 punti percentuali a seconda del livello di istruzione dei genitori. È questo il genere di distanza che il sistema universitario dovrebbe provare a ridurre insieme.
Superare la disputa sull’università vera
Nessuna di queste sfide si risolve stabilendo quale sia l’università autentica. Servono standard seri, applicati a tutti nello stesso modo; dati condivisi; controlli efficaci; ricerca sui modi in cui cambiano l’apprendimento e le relazioni educative.
Sappiamo ancora troppo poco per permetterci certezze sul rapporto tra presenza e digitale. Proprio per questo il confronto dovrebbe cominciare da una domanda ben posta, non da una posizione già difesa. L’università pubblica e quella telematica non sono destinate a contendersi ciò che resta: possono contribuire, con strumenti diversi e responsabilità comuni, ad allargare l’accesso senza rinunciare alla qualità.