Tasse, tutto il peso dell’Irpef su un terzo dei contribuenti. “Nove milioni pagano zero”
di Valentina ConteROMA – Poco meno di un terzo degli italiani paga gran parte dell’Irpef, l’80%. Sono lavoratori dipendenti e pensionati con reddito medio-alto che non beneficiano di sgravi. Senza la flat tax. E che quasi da soli coprono le spese per sanità, assistenza e istruzione. Si tratta di circa 13 milioni di contribuenti. E gli altri?
O sono molto poveri e guadagnano poco, come quei 9 milioni che fanno la dichiarazione ma alla fine, per il meccanismo di detrazioni e deduzioni, non pagano Irpef. Oppure evadono. Oppure sono autonomi in flat tax. Un sistema così, dice il nuovo Osservatorio fiscale di Itinerari Previdenziali, non può essere altro che «la grande asimmetria italiana». Pochi che pagano per tutti.
La tripla progressività
La sproporzione si vede an…
ROMA – Poco meno di un terzo degli italiani paga gran parte dell’Irpef, l’80%. Sono lavoratori dipendenti e pensionati con reddito medio-alto che non beneficiano di sgravi. Senza la flat tax. E che quasi da soli coprono le spese per sanità, assistenza e istruzione. Si tratta di circa 13 milioni di contribuenti. E gli altri?
O sono molto poveri e guadagnano poco, come quei 9 milioni che fanno la dichiarazione ma alla fine, per il meccanismo di detrazioni e deduzioni, non pagano Irpef. Oppure evadono. Oppure sono autonomi in flat tax. Un sistema così, dice il nuovo Osservatorio fiscale di Itinerari Previdenziali, non può essere altro che «la grande asimmetria italiana». Pochi che pagano per tutti.
La tripla progressività
La sproporzione si vede ancora meglio salendo di reddito: sopra i 35mila euro c’è meno di un contribuente su cinque, ma da solo versa quasi i due terzi dell’imposta. E più il reddito sale, più spariscono bonus e agevolazioni. Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, la chiama «tripla progressività»: si paga di più perché cresce il reddito, perché cresce l’aliquota e perché nel frattempo si perdono detrazioni e benefici.
Il paradosso più estremo è in cima alla piramide: appena 58.700 contribuenti sopra i 300mila euro versano da soli 14 miliardi di Irpef, più dei 28 milioni di italiani con redditi fino a 20 mila euro, che insieme ne pagano poco meno di 11.
La tassa occulta del fiscal drag
Poi c’è il fiscal drag, il drenaggio fiscale provocato dall’inflazione. La soglia Irpef dei 28mila euro, quella oltre la quale scatta il secondo scaglione, è rimasta ferma mentre tra il 2021 e il 2024 i prezzi sono saliti di oltre il 17%. Per conservare lo stesso valore reale, calcola l’Osservatorio, avrebbe dovuto salire a circa 32.800 euro. Non è successo. Così chi ha avuto un aumento di stipendio solo per recuperare il caro vita può ritrovarsi a pagare più tasse senza essere diventato davvero più ricco. È reddito in più solo sulla carta.
L’Isee a 30 milioni di italiani
Infine l’Isee. Nel 2025 oltre 10 milioni di famiglie hanno presentato la Dichiarazione sostitutiva unica, la Dsu necessaria per ottenere l’indicatore: quasi 30 milioni di italiani coinvolti nell’accesso a bonus, trasferimenti e servizi. Per Brambilla è il segno di uno strumento nato per selezionare le fragilità e diventato «di massa e spesso inefficiente». E attacca: «Si è alimentato il mito del “meno dichiari e più avrai dallo Stato”».
No alla flat tax e alle Quote
Brambilla, ex consigliere di Matteo Salvini, da tempo si è allontanato dalla Lega proprio su due dei suoi cavalli di battaglia: flat tax e Quota 100. Sulla prima resta netto: «La flat tax va abolita», sostiene. Perché «alimenta fenomeni di sommerso». Sulla seconda valgono gli ultimi numeri della Ragioneria: le varie Quote leghiste e il blocco degli adeguamenti alla speranza di vita sono costati allo Stato dal 2019 al 2025 ben 36 miliardi.
Il nodo del welfare
Il nodo finale è sempre lo stesso: chi finanzia il sistema. Sanità, assistenza e welfare locale assorbono oltre 330 miliardi. Per coprirli, dice il rapporto, serve tutta l’Irpef pagata dai soliti noti, più Ires, Irap e addizionali, oltre a 7 miliardi di imposte indirette, come l’Iva. «Non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio», dice il presidente di Cida, la Confederazione dei dirigenti, Stefano Cuzzilla. Perché se la torta continua a essere pagata da una fetta sempre più stretta, la «grande asimmetria» diventa strutturale.