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Il peso di essere sotto procedura di infrazione

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Essere o non essere in procedura condiziona la realizzazione del piano presentato dall’Italia due anni fa all’Unione europea per riportare sotto controllo i conti pubblici entro il 2029
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Non è solo un gioco delle parti politico. Anzi, si capisce bene il rammarico del governo e le critiche dell’opposizione per non essere usciti dalla procedura di infrazione europea. L’Italia pensava di portare già nel 2025 il deficit sotto il 3%, ma non ce l’ha fatta. L’Istat ha certificato un disavanzo del 3,1%, al di sotto della stima che era del 3,4%, ma ancora al di sopra della soglia che il patto di Stabilità indica come la linea rossa da non valicare per avere dei conti non certo in salute, ma che almeno vi tendano. Essere o non essere in procedura condiziona in materia determinante il cammino dell’Italia sul piano che due anni fa è stato presentato all’Unione europea per riportare sotto controllo i conti pubblici entro il 2029. Si parla ovviamente di deficit perché ricondurre il rapporto debito/Pil all’interno del 60%, la percentuale considerata ottimale, è una chimera per un Paese come il nostro il cui rapporto è al 136,7%, il secondo peggiore in Europa, davanti solo a quello d…

Non è solo un gioco delle parti politico. Anzi, si capisce bene il rammarico del governo e le critiche dell’opposizione per non essere usciti dalla procedura di infrazione europea. L’Italia pensava di portare già nel 2025 il deficit sotto il 3%, ma non ce l’ha fatta. L’Istat ha certificato un disavanzo del 3,1%, al di sotto della stima che era del 3,4%, ma ancora al di sopra della soglia che il patto di Stabilità indica come la linea rossa da non valicare per avere dei conti non certo in salute, ma che almeno vi tendano. Essere o non essere in procedura condiziona in materia determinante il cammino dell’Italia sul piano che due anni fa è stato presentato all’Unione europea per riportare sotto controllo i conti pubblici entro il 2029. Si parla ovviamente di deficit perché ricondurre il rapporto debito/Pil all’interno del 60%, la percentuale considerata ottimale, è una chimera per un Paese come il nostro il cui rapporto è al 136,7%, il secondo peggiore in Europa, davanti solo a quello della Grecia.

La discesa graduale

Il piano italiano prevede una discesa graduale del rapporto deficit/Pil, con l’obiettivo di portare il disavanzo sotto la soglia del 3% e chiudere la procedura per i disavanzi eccessivi entro il biennio 2026-2027 con un deficit stimato al 2,1% nel 2029. La correzione strutturale del saldo primario richiede uno sforzo di aggiustamento medio pari a circa 0,5 punti percentuali di Pil all’anno. L’Italia sta viaggiando in anticipo sulla tabella di marcia e potrebbe raggiungere gli obiettivi fissati, ma senza uscire dalla procedura di infrazione il compito diventa arduo, soprattutto se si vuole dar seguito alla clausola di flessibilità.

Ad agosto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva annunciato di voler chiedere all’Unione europea di attivarla per gli investimenti nel settore dell’energia e della difesa. Spese utili per attutire l’impatto dei rincari dei prezzi in seguito al conflitto in Iran e per adempiere alla richiesta di Trump di aumentare il budget militare in capo ai Paesi europei della Nato.

Le richieste di Giorgetti

Giorgetti aveva fatto sapere di volere il massimo, 36 miliardi pari all’1,5% del Pil di cui 14,4 miliardi (0,6% del Pil) per l’energia e 21,6 miliardi (0,9%) per la difesa. Soldi da spendere in più anni che se fossimo usciti dalla procedura non sarebbero stati contati a fini del deficit. Ora, qualora l’Italia chiedesse effettivamente quei soldi, andrebbero a impattare sui coefficienti di bilancio, rendendo probabilmente impossibile, salvo miracoli, il raggiungimento degli obiettivi al 2029. Di fatto quei 36 miliardi di Pil, pari all’1,5% del Pil annullerebbero l’aggiustamento dello 0,5% annuo stimato nel piano.

Non conteggiarli non voleva dire non ripagarli, ma di certo avrebbe permesso al governo che uscirà dalle urne il prossimo anno di centrare gli obiettivi del piano di rientro fissati da Giorgetti. Ora il rischio è di rimanere sotto procedura di infrazione fino al 2029, rendendo l’Italia e i suoi titoli di Stato sorvegliati speciali dell’Unione europea e dei mercati.

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