Regina (Confindustria): “Priorità alle imprese nel taglio delle bollette. Crisi peggiore del 2022”
di Filippo Santelli«Le nostre proposte sono già sul tavolo del governo», dice Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria per l’Energia. «Ridurre le bollette in modo strutturale per le imprese deve essere una priorità, la situazione è preoccupante».
Quanto? I prezzi sono alti, ma non come nel terribile 2022.
«Anche più preoccupante. Le imprese che dipendono dal gas, come carta, ceramica, vetro e cemento, hanno già iniziato a rallentare la produzione e quelle esposte all’elettricità, finora più al riparo, nei prossimi mesi sentiranno gli effetti. Senza certezze sui costi nessuno investe, e senza investimenti la nostra industria muore. Tutto ciò va affrontato con vincoli di bilancio ben più stringenti del 2022, visto che la Commissione non applica la stessa flessibilità. Ecco perché oggi è più drammatico».
«Le nostre proposte sono già sul tavolo del governo», dice Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria per l’Energia. «Ridurre le bollette in modo strutturale per le imprese deve essere una priorità, la situazione è preoccupante».
Quanto? I prezzi sono alti, ma non come nel terribile 2022.
«Anche più preoccupante. Le imprese che dipendono dal gas, come carta, ceramica, vetro e cemento, hanno già iniziato a rallentare la produzione e quelle esposte all’elettricità, finora più al riparo, nei prossimi mesi sentiranno gli effetti. Senza certezze sui costi nessuno investe, e senza investimenti la nostra industria muore. Tutto ciò va affrontato con vincoli di bilancio ben più stringenti del 2022, visto che la Commissione non applica la stessa flessibilità. Ecco perché oggi è più drammatico».
C’è la flessibilità per gli investimenti in energia, 7 miliardi all’anno per due anni. Confindustria come propone di utilizzarli?
«Proponiamo un pacchetto con tre pilastri. Il primo è lo sblocco degli investimenti in rinnovabili, accumuli e reti, nell’ottica di disaccoppiare il prezzo dell’energia verde da quello del gas. Serve una nuova “energy release”, misura che ha garantito alle imprese una fornitura stabile di elettricità in cambio di investimenti nella transizione, e che può rientrare nella flessibilità europea. Apprezziamo che sia già nei piani del governo».
Gli altri due pilastri?
«Uno riguarda efficienza energetica e decarbonizzazione, sia dell’industria che degli edifici pubblici. Abbiamo presentato una serie di soluzioni realizzabili con tecnologie italiane. E poi c’è il pilastro gas. Qui bisogna investire su cattura della CO2 e biometano, ma anche attuare con urgenza la misura del vecchio decreto Bollette che prevedeva di azzerare la differenza di costo tra l’Italia e il resto d’Europa».
Quel decreto doveva ridurre i prezzi, ma è rimasto lettera morta. Di chi è la colpa?
«La Commissione lo tiene fermo da mesi, un trattamento indecoroso verso un Paese fondatore che affronta un’emergenza. Bisogna assolutamente procedere e se il governo è disposto a rischiare un’infrazione, come ha detto, avrà il nostro supporto».
C’era anche una misura per ridurre il prezzo dell’elettricità. L’Italia voleva scontare il costo delle emissioni di CO2, Bruxelles propone un tetto alla materia prima gas. Va bene lo stesso?
«Va bene qualsiasi meccanismo, purché efficace e rapido. Si è creata una distorsione del mercato, un trasferimento di costi che garantisce ai produttori rinnovabili margini ulteriori a tutto danno dei consumatori, che hanno già pagato per incentivarle. Riequilibrarlo è una questione di giustizia».
È giusto anche chiedere alle imprese energetiche un contributo straordinario, come alle banche?
«Le imprese energetiche stanno già contribuendo con un’addizionale Irap e per noi la tassazione dei cosiddetti extraprofitti è inaccettabile e priva di base giuridica. Meglio evitare strappi e seguire la strada della concertazione».
Servono anche sostegni diretti per le imprese? Quelli non rientrano nella flessibilità Ue.
«Per le imprese gasivore sono necessari. C’è un miliardo di tesoretto già a disposizione dal decreto Bollette che si potrebbe usare per un contributo diretto. Coprirebbe metà dell’aumento che hanno patito negli ultimi mesi».
Temete che la premier Meloni voglia concentrare sostegni e investimenti sulle famiglie, come in passato, più che sulle aziende?
«Aiutare le famiglie è necessario e molti degli interventi che proponiamo ridurrebbero i costi per tutti. Detto questo, l’emergenza delle imprese è una priorità che richiede una precisa scelta politica. Se chiude un’azienda è un problema per un imprenditore e per decine di lavoratori».
Il ritmo dei nuovi impianti rinnovabili installati in Italia rallenta. Preoccupati?
«Molto. Per un’autorizzazione in Italia servono tra 4 e 5 anni, in Spagna la metà. Abbiamo proposto di introdurre nel decreto Imprese un vero pacchetto di accelerazione, con una cabina di regia nazionale e un commissario per i progetti strategici. Ma non basta».
Cosa serve quindi?
«Con venti politiche energetiche regionali e veti distribuiti la transizione in Italia non si farà, figurarsi il nucleare. Se davvero riteniamo l’energia un tema di sicurezza nazionale serve una riforma costituzionale che tolga la materia alle Regioni e la porti per intero sotto il controllo dello Stato. Avrebbe costo zero, ma enorme impatto. Serve un atto di coraggio di tutte forze politiche, negli altri Paesi l’energia non è motivo di divisione. Noi porteremo avanti questa battaglia».