ROMA – Costa troppo, difficile valutare quella più adatta, poco tempo per la formazione, troppa burocrazia. Sono queste le motivazioni che allontanano le aziende italiane dagli investimenti tecnologici e digitali. Tanto che quasi la metà delle micro, piccole e medie imprese (mpmi) negli ultimi 3 anni non ha messo risorse nell’innovazione. Nell’indagine dell’istituto Piepoli per Assosoftware emerge il ritardo tecnologico tra le mpmi (500 quelle intervistate) e le aziende associate a Confcommercio, Confartigianato, Confprofessioni, Confimi (un campione di 732 soggetti). Da una lettura complessiva dei due gruppi – ponderata per categorie dall’Istituto – il numero delle imprese che impiega attualmente modelli di intelligenza artificiale o di automazione dei processi si ferma al 19%, chi usa soluzioni di cybersicurezza appena il 18%.
ROMA – Costa troppo, difficile valutare quella più adatta, poco tempo per la formazione, troppa burocrazia. Sono queste le motivazioni che allontanano le aziende italiane dagli investimenti tecnologici e digitali. Tanto che quasi la metà delle micro, piccole e medie imprese (mpmi) negli ultimi 3 anni non ha messo risorse nell’innovazione. Nell’indagine dell’istituto Piepoli per Assosoftware emerge il ritardo tecnologico tra le mpmi (500 quelle intervistate) e le aziende associate a Confcommercio, Confartigianato, Confprofessioni, Confimi (un campione di 732 soggetti). Da una lettura complessiva dei due gruppi – ponderata per categorie dall’Istituto – il numero delle imprese che impiega attualmente modelli di intelligenza artificiale o di automazione dei processi si ferma al 19%, chi usa soluzioni di cybersicurezza appena il 18%.
Per la maggior parte delle realtà intervistate, il motivo è nel costo elevato delle tecnologie da implementare e la mancanza di incentivi adeguati. Lo sostiene il 56% del campione, con percentuali praticamente identiche tra mpmi e associate (55%-57%). Un terzo del totale dichiara di avere difficoltà nel valutare le soluzioni, di non avere tempo a selezionare e implementare i nuovi strumenti e di trovare un ostacolo nella complessità burocratica per accedere agli incentivi esistenti (credito d’imposta, Transizione 4.0 e 5.0, voucher).
Tanto che solo il 12% dichiara di avere ottenuto bonus ed esenzioni senza difficoltà, mentre il 26% non era a conoscenza delle misure e il 18% lamenta procedure troppo complesse e onerose. Solo un decimo del campione non vede un vantaggio chiaro nell’investire nelle tecnologie digitale, sintomo di un interesse generale che trova però un ostacolo a concretizzarsi. Per le aziende che hanno destinato risorse allo sviluppo digitale (il 57% del totale), l’impatto è stato significativo o molto elevato nel 55% dei casi, e giudicato “nullo” per appena il 2% del campione.
La richiesta del Buono digitale
Come aiutare le aziende nel percorso di digitalizzazione, implementazione di software gestionali e contabili, automazione dei processi, utilizzo di nuovi strumenti di IA? Su questo, mpmi e associate sembrano non avere dubbi: invece di moltiplicare gli incentivi con percorsi differenziati e tortuosi, in cui cambiano requisiti e procedure, chiedono l’erogazione di un voucher pubblico. Una procedura telematica semplice per la richiesta, l’accreditamento automatico, lo sconto diretto dal fornitore: con queste caratteristiche, il voucher avrebbe sicuro successo, ed effetto. Perché a dichiarare che lo richiederebbe e utilizzerebbe è il 76% delle intervistate (55% mpmi e 94% associate).
“Dall'indagine emerge chiaramente il ruolo fondamentale che un Buono digitale potrebbe ricoprire per la crescita delle piccole e medie imprese italiane – spiega la professoressa di Statistica della Luiss, Livia De Giovanni – esiste un elevato interesse verso questa misura”.
Dove verrebbe investito il Buono
E dove verrebbero spostati i fondi? Nelle aree di IA e automazione dei processi (30% in media, 20% per le mpmi e 36% per le associate), nei software gestionali (20%, 35% per le mpmi e 14% per le associate), nei software amministrativi. Un bel balzo per l’IA, che come visto è frutto di investimenti solo per un’azienda su cinque.
La richiesta è quindi quella di un bonus tecnologico a cui accedere con una procedura semplificata di un importo medio – secondo il campione analizzato – di 6.200 euro. Le mpmi ne chiedono anche di meno, circa 4.800 euro. Dall’impiego di queste risorse, le imprese si attendono nei tre anni successivi un impatto “molto” o “abbastanza” importante, con benefici sui tempi di realizzazione delle attività quotidiane, sulla riduzione dei costi amministrativi, sull’aumento della produttività e sul miglioramento della qualità dei servizi offerti. “Il vantaggio principale del buono risiede nella capacità di superare le barriere economiche attuali: il costo elevato e la mancanza di incentivi rappresentano infatti il primo ostacolo agli investimenti digitali – aggiunge De Giovanni – Un contributo del valore medio stimato di circa 6.200 euro andrebbe a rispondere a un bisogno finanziario reale, permettendo alle imprese di indirizzare le risorse verso soluzioni ad alto valore aggiunto”.