Reichlin: “Salari bassi, inflazione e giovani in fuga: anche l’Italia è a rischio”
di Eugenio OccorsioROMA – “Arriviamo in questa fase di grande turbolenza internazionale, fra la crisi energetica e le rivolte sociali in Francia e Spagna fino al travaglio politico della Germania, in una posizione di relativa forza e di stabilità politica. Dieci anni fa nessuno poteva immaginarsi che al cuore di un marasma del genere non ci fosse al centro l’Italia». Lucrezia Reichlin, docente alla London Business School e già responsabile della ricerca in Bce, è comunque molto critica verso il nostro Paese: «L’Italia – riprende infatti subito – resta esposta soprattutto per il suo problema strutturale, la bassa crescita tendenziale della produttività. Con i tassi in aumento, la sostenibilità del debito e la spesa pubblica per i servizi essenziali, può solo poggiarsi sulla crescita e su questo non ci sono buone notizie. Nanismo industriale, mancanza di riforme, alto costo dell’energia, pesano sulla crescita in un contesto in cui la popolazione in età lavorativa continua a diminuire». Reichlin è a Roma p…
ROMA – “Arriviamo in questa fase di grande turbolenza internazionale, fra la crisi energetica e le rivolte sociali in Francia e Spagna fino al travaglio politico della Germania, in una posizione di relativa forza e di stabilità politica. Dieci anni fa nessuno poteva immaginarsi che al cuore di un marasma del genere non ci fosse al centro l’Italia». Lucrezia Reichlin, docente alla London Business School e già responsabile della ricerca in Bce, è comunque molto critica verso il nostro Paese: «L’Italia – riprende infatti subito – resta esposta soprattutto per il suo problema strutturale, la bassa crescita tendenziale della produttività. Con i tassi in aumento, la sostenibilità del debito e la spesa pubblica per i servizi essenziali, può solo poggiarsi sulla crescita e su questo non ci sono buone notizie. Nanismo industriale, mancanza di riforme, alto costo dell’energia, pesano sulla crescita in un contesto in cui la popolazione in età lavorativa continua a diminuire». Reichlin è a Roma per un convegno organizzato dalla Luiss e dalla Fondazione Giorgio Napolitano.
Ma non cresce proprio la produttività, come invece sostiene la nostra presidente del Consiglio?
«Macché. La crescita della produttività, a cui sono collegati gli aumenti salariali, è piatta dalla metà degli anni ’90 e più bassa di quella europea. Vero, la crescita post-pandemia è stata più alta che in Germania, ma è stata trainata dal numero di ore lavorate, non dall’efficienza. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, il valore aggiunto per ora lavorata nel 2025 ha superato appena il livello del 1995».
Perché allora non scoppia anche da noi una rivolta popolare come in altri Paesi importanti dell’Europa?
«Gli italiani sono diventati molto docili. I salari reali sono fra i più bassi d’Europa e così anche il tasso di occupazione. Con l’inflazione in aumento, la situazione non può che peggiorare. Il problema della casa non è certo risolto in Italia e i giovani emigrano. Eppure finora gli italiani esprimono la loro insoddisfazione non andando a votare, senza per ora scendere in piazza nella maggior parte dei casi. Però dobbiamo stare preparati perché prima o poi il conto può arrivare».
Ma qual è la causa della bassa produttività?
«C’è per esempio il problema delle dimensioni dell’apparato industriale. In Italia abbiamo poche imprese grandi, molte delle quali a partecipazione pubblica, un gruppo di imprese medie molto forti e una miriade di imprese nane poco produttive. I dati fiscali dell’Upb rendono il punto in modo netto: oltre l’80% delle società di capitali è costituito da microimprese, il 3% realizza l’80% del fatturato e il 6–7% versa l’80% dell’Irap e dell’Ires. Le microimprese dominano l’occupazione nei servizi, nelle costruzioni e nella manifattura tradizionale. E poi c’è il problema dei problemi, il costo dell’energia, esasperato in questo momento dal prezzo del gas, che influenza in modo predominante il prezzo dell’elettricità. L’Italia ha l’elettricità più cara tra i grandi paesi europei, e l’Europa a sua volta paga un multiplo del prezzo americano. Rispetto alla Spagna, per esempio, l’Italia è svantaggiata perché ha una quota molto più bassa di produzione a costo marginale quasi nullo (solare, eolico, nucleare) per cui il gas, il più caro fra tutte le fonti, finisce col fissare il prezzo nella grande maggioranza delle ore»
Come recuperare lavoro e redditi decenti?
«Dobbiamo dotarci di una strategia per la crescita. Questo significa aumentare la scala delle nostre imprese e indirizzare la ricchezza degli italiani verso le imprese produttive, non solo sui depositi bancari e i titoli di Stato. Il sistema fiscale va modificato. La flat tax al 15% per chi, persona fisica o giuridica che sia, fattura meno di 85mila euro l’anno, disincentiva la crescita dimensionale. Ma la scala va incoraggiata anche per le nostre mid-cap produttive, con strumenti finanziari innovativi che portino capitale di rischio dove c’è potenziale rendimento. Qui anche lo Stato può avere un ruolo, ma non senza meccanismi che incoraggino sinergie efficienti con il privato. Il risiko bancario serve a ben poco in questo senso. L’agenda europea è molto importante, ma - attenzione - se l’Europa comincerà a prendere sul serio le misure indicate dai rapporti Draghi e Letta e quindi a realizzare aggregazioni efficienti noi rischiamo di restarne fuori. Le aggregazioni ci saranno ma non le faremo noi, proprio per i motivi di debolezza suddetti».
Però sia il rapporto Draghi che quello Letta sono in ritardo in tutta Europa.
«I rapporti hanno indicato la strada. Ora bisogna procedere alla implementazione delle riforme che permettano all’Europa di beneficiare dei vantaggi del mercato unico, cioè della dimensione stessa dell’Ue. Le resistenze sono nazionali, non sono a Bruxelles. Nessuno vuole perdere il controllo del suo sistema bancario, ad esempio, perché le banche finanziano i debiti nazionali. In Italia c’è poi un sistema troppo bancocentrico in cui le banche fanno tutto, anche quello che dovrebbero fare i capitali di rischio. Eppure di fondi ce ne sarebbero».