Aumentare l’offerta di prodotti raffinati per contenere i prezzi alla pompa di benzina e diesel. Un esercizio da manuale di economia. Peccato che sul campo questa opzione – che oggi sarà al centro del tavolo tra il ministero delle Imprese (Mimit), quello dell’Energia (Mase) e i petrolieri – appaia tutt’altro che automatica. E agli occhi di Massimo Nicolazzi, esperto di energia con un passato tra Eni e Lukoil, forse poco efficace.
L’Italia ha una capacità di raffinazione di quasi 1,7 milioni di barili al giorno, l’1,5 per cento di quella mondiale, ma i suoi dieci impianti tradizionali vengono utilizzati per circa il 76%. C’è margine per alzare la quota, come auspica il governo?
«Ci sono limiti strutturali che impediscono alle singole raffinerie di produrre al 100% della propria capacità. Ogni impianto tratta un certo tipo di petrolio e produce un certo mix di raffinati che difficilmente può essere modificato in modo significativo. Con i livelli attuali dei margini di raffinazione, spin…
Aumentare l’offerta di prodotti raffinati per contenere i prezzi alla pompa di benzina e diesel. Un esercizio da manuale di economia. Peccato che sul campo questa opzione – che oggi sarà al centro del tavolo tra il ministero delle Imprese (Mimit), quello dell’Energia (Mase) e i petrolieri – appaia tutt’altro che automatica. E agli occhi di Massimo Nicolazzi, esperto di energia con un passato tra Eni e Lukoil, forse poco efficace.
L’Italia ha una capacità di raffinazione di quasi 1,7 milioni di barili al giorno, l’1,5 per cento di quella mondiale, ma i suoi dieci impianti tradizionali vengono utilizzati per circa il 76%. C’è margine per alzare la quota, come auspica il governo?
«Ci sono limiti strutturali che impediscono alle singole raffinerie di produrre al 100% della propria capacità. Ogni impianto tratta un certo tipo di petrolio e produce un certo mix di raffinati che difficilmente può essere modificato in modo significativo. Con i livelli attuali dei margini di raffinazione, spinti al rialzo dalle tensioni geopolitiche, non c’è motivo per cui gli impianti non stiano già producendo al massimo delle loro possibilità, se non di natura tecnica o di mercato. E comunque la percentuale di utilizzo delle raffinerie italiane non si discosta di molto dalla media europea, di poco sopra l’80%, e può essere difficilmente comparata al 92% degli Stati Uniti».
Un passo indietro. Assumendo uno sforzo da parte dei raffinatori tricolore, l’Italia ha sufficienti rifornimenti di petrolio greggio?
«Tra la guerra nel Golfo Persico e gli attacchi ucraini agli impianti russi, è venuta meno quasi il 15% della capacità di raffinazione globale. Sono più preoccupato per le scorte di diesel che per quelle di greggio. E ancora di più per gli effetti delle tensioni internazionali sui consumi, non tanto del gasolio, quanto dei generi alimentari. La filiera, che si è appena lasciata alle spalle un’estate particolarmente arida, subisce i rincari del trasporto su ruote e la carenza di fertilizzanti: ci sono tutti i presupposti per una spirale inflazionistica».
Se aumentasse la produzione di carburanti, quali effetti potremmo aspettarci sui prezzi alla pompa?
«Gli strumenti per aumentare la produzione sono limitati. Ma se anche si riuscisse ad aumentare la capacità di raffinazione nazionale del 10%, i volumi aggiuntivi non sarebbero tali da poter influenzare significativamente il prezzo».
Cosa ci possiamo aspettare, dunque, dall’incontro di oggi?
«Nel campo della raffinazione gli interventi nazionali sono di efficacia molto limitata. Diverso, forse, sarebbe il peso di un’Europa che riuscisse ad accreditarsi come interlocutore sullo scenario globale».
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