La contraddizione francese si riassume in due cifre. Dieci miliardi di euro che gli studenti chiedono al governo per salvare la scuola pubblica. Dodici miliardi che lo Stato dovrà pagare in più l’anno prossimo soltanto per gli interessi sul debito. Mentre il governo cerca di rassicurare i mercati promettendo sacrifici, nelle piazze cresce una protesta che rischia di rendere quegli stessi sacrifici politicamente impossibili. Il segnale più evidente arriva dai titoli di Stato. Il rendimento dei bond francesi a dieci anni è ormai vicino al 5 per cento, ai massimi dal 2002, superiore a quello richiesto dagli investitori per prestare denaro all’Italia, alla Spagna e perfino alla Grecia. Lo spread con la Germania, per anni considerato quasi trascurabile, oscilla intorno ai 140 punti base, dopo aver sfiorato quota 150. Per descrivere la crisi francese gli economisti del centro studi parigino Rexecode hanno inventato persino un acronimo: Frogs, French Oversized Government and Social Security,…
La contraddizione francese si riassume in due cifre. Dieci miliardi di euro che gli studenti chiedono al governo per salvare la scuola pubblica. Dodici miliardi che lo Stato dovrà pagare in più l’anno prossimo soltanto per gli interessi sul debito. Mentre il governo cerca di rassicurare i mercati promettendo sacrifici, nelle piazze cresce una protesta che rischia di rendere quegli stessi sacrifici politicamente impossibili. Il segnale più evidente arriva dai titoli di Stato. Il rendimento dei bond francesi a dieci anni è ormai vicino al 5 per cento, ai massimi dal 2002, superiore a quello richiesto dagli investitori per prestare denaro all’Italia, alla Spagna e perfino alla Grecia. Lo spread con la Germania, per anni considerato quasi trascurabile, oscilla intorno ai 140 punti base, dopo aver sfiorato quota 150. Per descrivere la crisi francese gli economisti del centro studi parigino Rexecode hanno inventato persino un acronimo: Frogs, French Oversized Government and Social Security, ovvero uno Stato e un sistema di protezione sociale francesi diventati troppo grandi, ma anche un riferimento sarcastico alle rane, vecchio soprannome dispregiativo riservato ai francesi dagli inglesi. Durante la crisi del debito sovrano, oltre quindici anni fa, erano stati i Piigs — Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna — a finire sul banco degli imputati. Oggi gli equilibri sembrano rovesciati.
Il debito pubblico francese ha superato i 3.500 miliardi di euro e, secondo le ultime previsioni del Tesoro, raggiungerà il 119,3% del Pil alla fine di quest’anno e il 121,7% nel 2027. Il deficit, previsto al 5,4% nel 2026, dovrebbe scendere appena al 5% l’anno prossimo. La crescita economica è quasi ferma, con +0,5% quest’anno, +1% nel 2027, sempre che il conflitto in Medio Oriente e la crisi energetica non producano nuovi shock. Secondo uno studio indipendente commissionato dal governo, senza correzioni significative il costo degli interessi potrebbe raggiungere i 124 miliardi entro il 2030. È il meccanismo perverso che gli economisti chiamano effetto valanga. Più aumenta il debito, più gli investitori chiedono interessi elevati per acquistarlo. «Rischiamo di essere strangolati dai tassi d’interesse», ha avvertito il governatore della Banque de France, Emmanuel Moulin. Per decenni Parigi ha potuto permettersi di essere un’eccezione permanente. Il bilancio pubblico francese non registra un pareggio dal 1974. Lo Stato spende quasi il 57% del Pil, una delle percentuali più elevate tra le economie avanzate. Gli investitori hanno a lungo tollerato i deficit francesi, perché il paese era considerato, insieme alla Germania, il pilastro politico dell’Ue. Quella rendita di posizione sembra esaurita e la Francia appare particolarmente vulnerabile perché somma ai fattori geopolitici che pesano su tanti paesi anche la scadenza elettorale, con l’esito della presidenziale di aprile 2027 quanto mai incerto.
Prima ancora del voto, la Francia dovrà approvare la legge di bilancio. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha presentato una Finanziaria che prevede uno sforzo complessivo di bilancio di 54 miliardi di euro, di cui 43 miliardi di nuove misure e altri 11 derivanti da provvedimenti già adottati. L’obiettivo è ridurre il deficit al 5% del Pil. «Non è austerità», insiste Lecornu. Nella pratica, però, il menù è quello di una stretta sulla spesa pubblica, attraverso congelamento degli stanziamenti ministeriali, con alcune eccezioni, blocco della rivalutazione delle pensioni superiori a 1.260 euro mensili, interventi sulle indennità di malattia, sugli aiuti alle famiglie e alla casa. Nei giorni in cui il premier presentava la manovra, nelle strade cresceva la rivolta di chi denuncia uno Stato che non spende abbastanza per l’istruzione. Da settimane la protesta dei liceali ha investito centinaia di istituti, con blocchi, manifestazioni, scontri e migliaia di arresti. «Finché non ci saranno dieci miliardi sul tavolo, continueremo a mobilitarci», ha avvertito Sabrine Kharbach, portavoce dell’Union étudiante. La mobilitazione si è estesa anche ad alcune università e ha ottenuto il sostegno di docenti e sindacati, che hanno annunciato una nuova giornata nazionale di sciopero e manifestazioni.
Il governo promette risposte al movimento studentesco entro la fine di ottobre ma intanto deve riuscire a imporre sacrifici nella nuova legge di bilancio. Per i mercati però il problema non è soltanto l’entità dei tagli annunciati ma la capacità politica di realizzarli. Marine Le Pen ha scelto di presentare una vera e propria contro-Finanziaria, nel tentativo di conquistare quella credibilità economica che da sempre rappresenta uno dei punti deboli dell’estrema destra. La leader del Rassemblement National promette 140 miliardi di risparmi netti in cinque anni, accompagnati da 30 miliardi di riduzioni fiscali. Vuole riportare il deficit sotto il 3% del Pil entro il 2030 e introdurre per referendum una “regola d’oro” costituzionale che obblighi lo Stato a ridurre progressivamente l’indebitamento. Jean-Luc Mélenchon, dal canto suo, propone invece di cancellare parte del debito. Non proprio uno scenario che rassicura i mercati, anche se il leader della France Insoumise non è dato vincente in nessun sondaggio.
La Francia dovrà emettere nel 2027 circa 340 miliardi di titoli a medio e lungo termine, una cifra record. La domanda che circola nelle capitali europee è se la Francia possa trascinare l’eurozona in una nuova crisi del debito sovrano. L’economia francese è troppo grande e troppo integrata nel sistema finanziario europeo perché un’eventuale crisi possa restare confinata a Parigi. Una parte rilevante del debito, circa il 56%, è detenuta da investitori esteri. Per ora il debito francese continua a trovare acquirenti, il sistema bancario resta solido e alcuni grandi investitori considerano l’aumento dei rendimenti persino un’opportunità. Rispetto a quindici anni fa, l’eurozona dispone di nuovi strumenti per arginare eventuali crisi del debito sovrano. Ma Parigi non può contare su un intervento automatico della Banca centrale europea. «La Bce non è lì per risolvere i problemi di bilancio dei paesi», ha ricordato il governatore Moulin, sottolineando che non sussistono le condizioni per un intervento dell’istituto guidato dalla francese Christine Lagarde.