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Ex Ilva, operai in piazza da Genova a Taranto: “No allo stop degli impianti”

Manifestazione di protesta dei lavoratori dell'Ilva e dei sindacati contro la decisione di fermare lo stabilimento, Genova, 12/10/2026 (agf)
Brande nelle tende e grigliata serale davanti alla Prefettura del capoluogo ligure alla vigilia del Cdm sulla cassa integrazione
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GENOVA – Gli operai dormono in strada, l’azienda alza le mani, il governo attende. È il campo mobile allestito dai metalmeccanici di Cornigliano sotto la Prefettura di Genova, brande nelle tende e grigliata serale in pieno centro città, l’immagine simbolo del futuro sospeso dell’ex Ilva. Uno stallo a diverse intensità, come diverse sono le richieste dei lavoratori dei due stabilimenti principali di Acciaierie d’Italia, Taranto e Genova, e un’unica, grande incognita di fondo. Se oggi è atteso in Consiglio dei ministri il decreto legge che darà una forma alla cassa integrazione in continuità prevista fino a giugno, il destino dell’acciaio italiano rimarrà appeso fino al 20 ottobre, il giorno della pronuncia della Corte di Cassazione sul ricorso presentato da Acciaierie sullo stop all’area a caldo di Taranto disposto dalla Corte di Appello di Milano.

GENOVA – Gli operai dormono in strada, l’azienda alza le mani, il governo attende. È il campo mobile allestito dai metalmeccanici di Cornigliano sotto la Prefettura di Genova, brande nelle tende e grigliata serale in pieno centro città, l’immagine simbolo del futuro sospeso dell’ex Ilva. Uno stallo a diverse intensità, come diverse sono le richieste dei lavoratori dei due stabilimenti principali di Acciaierie d’Italia, Taranto e Genova, e un’unica, grande incognita di fondo. Se oggi è atteso in Consiglio dei ministri il decreto legge che darà una forma alla cassa integrazione in continuità prevista fino a giugno, il destino dell’acciaio italiano rimarrà appeso fino al 20 ottobre, il giorno della pronuncia della Corte di Cassazione sul ricorso presentato da Acciaierie sullo stop all’area a caldo di Taranto disposto dalla Corte di Appello di Milano.

Allungato di 24 ore lo sciopero che ieri ha portato in piazza il mondo del lavoro anche a Novi Ligure, l’altro stabilimento del gruppo di cui Acciaierie d’Italia ha annunciato lo stop, dalle proteste di Taranto si fa sapere che «la cassa integrazione e le integrazioni salariali non sono sufficienti».

Il futuro di Cornigliano

Da Cornigliano, dove il sostegno alla sopravvivenza della fabbrica ha messo d’accordo politica e istituzioni, anche di colore diverso, il tema è la sopravvivenza dello stabilimento. Dopo la lettera formale inviata dalla sindaca Silvia Salis al ministro Adolfo Urso per chiedere «un intervento immediato che permetta l’approvvigionamento di coils necessario per continuare a far lavorare Genova» nonostante la fermata di Taranto, ieri il governatore ligure Marco Bucci ha preannunciato la possibilità di un accordo su «una previsione di piano per consentire alla fabbrica di continuare i lavori in attesa ci sia un acquirente interessato all’azienda». Il nodo non è di natura finanziaria, ma la necessità di «non urtare la fase di gara e violare le norme sugli aiuti di Stato».

Se «l’unica soluzione possibile è che al governo qualcuno trovi la volontà politica di salvare la situazione, dividendo i destini di Taranto e Genova», c’è chi sintetizza in quota sindacale, alla finestra rimangono anche gli imprenditori della cordata a guida Federacciai ancora al lavoro per valutare la sostenibilità di un investimento sul gruppo. «Finché non ci sarà l’udienza in Cassazione non potrà essere chiaro il perimetro della gara – spiega Maria Anghileri, presidente di Confindustria giovani e coo di Eusider, parte della cordata – Ad oggi si può solo aspettare».

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