BANGKOK – «Potete amarla o odiarla. Ma è già qui». A Bangkok, dove inaugura la settimana di incontri del Fondo monetario internazionale, la direttrice generale Kristalina Georgieva spiega che dell’Intelligenza artificiale, opinioni a parte, bisogna solo prendere atto: sta già spingendo l’economia, dice, aiutandola – almeno in apparenza – a superare le secche delle crisi energetiche, dei rialzi dell’inflazione, dei tassi di interesse che schizzano verso l’alto. Il boom dell’IA – spiega ancora - produce «uno shock della domanda, uno shock degli investimenti», che per noi profani significa che la costruzione di centri di calcolo e infrastrutture tecnologiche aiuta a mantenere la crescita globale intorno al 3%, compensando proprio una parte dei danni della crisi energetica.
BANGKOK – «Potete amarla o odiarla. Ma è già qui». A Bangkok, dove inaugura la settimana di incontri del Fondo monetario internazionale, la direttrice generale Kristalina Georgieva spiega che dell’Intelligenza artificiale, opinioni a parte, bisogna solo prendere atto: sta già spingendo l’economia, dice, aiutandola – almeno in apparenza – a superare le secche delle crisi energetiche, dei rialzi dell’inflazione, dei tassi di interesse che schizzano verso l’alto. Il boom dell’IA – spiega ancora - produce «uno shock della domanda, uno shock degli investimenti», che per noi profani significa che la costruzione di centri di calcolo e infrastrutture tecnologiche aiuta a mantenere la crescita globale intorno al 3%, compensando proprio una parte dei danni della crisi energetica.
L’IA spinge le economie di Usa e Cina
Oggi il World Economic Outlook, il rapporto sulle prospettive economiche mondiali del Fondo, aggiornerà le previsioni. Ma le indicazioni di Georgieva fanno pensare a un quadro complessivo non molto distante da quello di luglio: 3% di crescita reale, al netto dell’inflazione, nel 2026 e 3,4% nel 2027. La media nasconde però differenze profonde. A luglio gli Usa guardavano a un 2,3% di crescita annua, la Cina al 4,6%, l’area euro allo 0,9%. E proprio lo shock dell’IA promette di aumentare, invece che appianare, queste differenze: servirà agli Usa, che controllano i giganti del settore, spingerà la Cina, che sta lottando per affermare i suoi modelli “low cost”, ma anche tigri e tigrotti asiatici che stanno nella sua catena produttiva. E l’Europa? La spinta all’economia non è la sola faccia dell’IA. Oggi se ne vede un’altra, assai meno positiva; data center e simili, secondo una stima McKinsey, avranno bisogno di 5.200 miliardi di dollari entro il 2030.
IA, le incognite: quale impatto su energia e lavoro
È una domanda di credito che fa concorrenza diretta sul mercato dei capitali ai titoli di Stato. E quelle fabbriche di idee e di parole che sono i colossi dell’Intelligenza artificiale, hanno bisogno di tanta elettricità per funzionare. Dunque, una pressione pure sui prezzi dell’energia, che alimentano l’inflazione, spingendo a loro volta le banche centrali a mantenere alto il costo del denaro. E poi, naturalmente, c’è la faccia che ancora non conosciamo dell’IA, «uno tsunami lento, ma pur sempre uno tsunami», come dice Georgieva. «Non possiamo immaginare oggi esattamente come sarà il mondo del lavoro fra cinque anni», riconosce lei, che pure sta al timone di una delle grandi organizzazioni internazionali che puntano a vedere lontano. Tra gli scenari che ipotizza Georgieva è assai possibile anche uno che tocchi anche i bilanci pubblici: se il reddito si sposta dal lavoro al capitale usato per far funzionare l’IA i sistemi fiscali che poggiano soprattutto sugli stipendi rischiano di perdere gettito. Per una classe media che già teme di vedere il proprio lavoro eroso, se non divorato, dai progressi tecnici, potrebbe essere catastrofico.
La crisi del debito
Insomma, non è consentito pensare che gli aumenti di produttività che l’IA promette rendano la strada dell’economia mondiale in discesa. Tutt’altro: la calma relativa di questi mesi sui mercati finanziari, turbata solo negli ultimi giorni dalla fuga dai titoli di Stato, rischia di essere solo apparente. Inflazione importata a parte, l’Fmi ha già avvertito che una delle grandi incognite che pesa sul futuro è la quantità del debito pubblico in circolazione: a livello mondiale si avvicina al 100% del Pil. Una condizione a noi italiani notissima, quella di avere più debito che Pil, ma che quando si allarga anche a colossi come gli Usa assume non solo una dimensione, ma una qualità diversa. Sulla questione del debito la ricetta del Fmi è quella di sempre: rigore fiscale, con la differenza che adesso va applicato non da qualche staterello in bancarotta, ma dai maggiori governi mondiali. Ma quanto rapidamente intervenire, quali spese tagliare, chi tassare? Un aggiustamento troppo brusco può indebolire la crescita e rendere più difficile ridurre il rapporto fra debito e Pil.
Sacrificare gli investimenti produttivi, invece, migliora il saldo immediato, ma può impoverire il futuro. Inoltre ci sono da fare i conti con la politica: negli Usa le imminenti elezioni di midterm; in Francia le presidenziali il prossimo anno; anche l’Italia vota nel 2027. Tutte premesse perché i cordoni della borsa pubblica vengano allargati e non stretti: per informazioni di prima mano chiedere al ministro dell’Economia Giorgetti, trafitto come un San Sebastiano dalla sua stessa Lega. Ma a Bangkok si prova a volare alto, non ci si vuole occupare di assalti alla diligenza e mancette elettorali. Anche se la speranza del Fondo di indirizzare in qualche modo le sorti del mondo, si infrange contro nuovi scogli. Il segretario Usa al Tesoro Scott Bessent ha dato forfait: niente trasferta asiatica. Senza di lui, com’è ovvio, ogni decisione conta meno, se non nulla. E in fondo è la solita ricetta Trump: un bel po’ di isolazionismo e di una dose di interventismo muscolare quando si ritiene che serva. Una doccia scozzese che non aiuta certo la cooperazione internazionale in momenti difficili.