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L’allarme di Confindustria: “L’Italia rallenta, senza pace in Medio Oriente sarà crescita a zero”

Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini 

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Il Centro Studi degli industriali rivede al rialzo le stime per quest’anno ma per il prossimo si ferma a +0,6%. Caro energia e tassi frenano consumi e investimenti: “L’Ets un macigno per le imprese”
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ROMA – Un 2026 con una crescita sopra le attese, all’1%, grazie alla tenuta dei consumi delle famiglie, agli investimenti delle imprese e allo scatto finale del Pnrr. Ma un rallentamento già in corso negli ultimi mesi dell’anno, che “proseguirà e si farà sentire nel 2027”, quando il Pil dovrebbe fermarsi – Hormuz permettendo – allo 0,6%. E’ lo scenario in chiaroscuro dell’economia italiana delineato dal nuovo rapporto di previsione del Centro Studi di Confindustria, presentato mercoledì mattina. Uno scenario a legislazione vigente, che non considera quindi gli eventuali effetti positivi delle misure della prossima legge di Bilancio, a cominciare dalle maggiori spese per difesa ed energia. Ma su cui pesa anche un pesantissimo rischio al ribasso: l’ipotesi base degli industriali è infatti che dopo le elezioni midterm americane il conflitto in Medio Oriente trovi una soluzione, ripristinando progressivamente i normali flussi di idrocarburi in uscita dal Golfo. Se così non fosse, e il pre…

ROMA – Un 2026 con una crescita sopra le attese, all’1%, grazie alla tenuta dei consumi delle famiglie, agli investimenti delle imprese e allo scatto finale del Pnrr. Ma un rallentamento già in corso negli ultimi mesi dell’anno, che “proseguirà e si farà sentire nel 2027”, quando il Pil dovrebbe fermarsi – Hormuz permettendo – allo 0,6%. E’ lo scenario in chiaroscuro dell’economia italiana delineato dal nuovo rapporto di previsione del Centro Studi di Confindustria, presentato mercoledì mattina. Uno scenario a legislazione vigente, che non considera quindi gli eventuali effetti positivi delle misure della prossima legge di Bilancio, a cominciare dalle maggiori spese per difesa ed energia. Ma su cui pesa anche un pesantissimo rischio al ribasso: l’ipotesi base degli industriali è infatti che dopo le elezioni midterm americane il conflitto in Medio Oriente trovi una soluzione, ripristinando progressivamente i normali flussi di idrocarburi in uscita dal Golfo. Se così non fosse, e il prezzo del petrolio dovesse assestarsi oltre i 125 dollari o quello del gas a 90 euro, la crescita italiana per il 2027 sarebbe zero.

Crescita fragile

Morale: a dispetto della resilienza mostrata finora da Italia ed Europa di fronte agli shock, per certi aspetti sorprendente e ormai certificata da tutti gli analisti, la nostra crescita resta “fragile”. Il rapporto elenca i grandi fattori, in parte legati tra loro, che agiranno da freno nei prossimi mesi. Il primo, “la principale vulnerabilità dell’economia italiana”, sono i costi dell’energia, la cui incidenza per la manifattura è cresciuta del 40% rispetto a sei anni fa, con il consueto svantaggio competitivo nei confronti di Paesi vicini e lontani. A questo si lega l’inflazione, che ridurrà il potere d’acquisto delle famiglie, e il peso di ulteriori rialzi dei tassi di interesse sugli investimenti. Infine, il progressivo esaurimento del Pnrr. Sia i consumi (+0,5%) che gli investimenti (+0,8) tireranno quindi di meno. Tutto questo condizionerà anche l’industria, che pure nella prima metà del 2026 ha visto una produzione in leggera crescita (+0,4%), anche grazie al buon successo della nuova misura di iperammortamento per gli investimenti in macchinari, finalmente partita.

Il nodo dell’energia

Come sempre, tra le righe dell’analisi, si possono leggere le principali richieste degli industriali italiani al governo, per la legge di Bilancio e non solo. Come detto più volte dal presidente Emanuele Orsini la riduzione dei costi dell’energia è il tema prioritario e incrocia la riforma del sistema Ets, la tassa sulla CO2 definita nell’analisi un “macigno per la competitività delle imprese”. Circa metà della riduzione delle emissioni ottenuta tra il 2005 e il 2025, stima il Centro Studi degli industriali, è in realtà dovuta alla chiusura di impianti, mentre le risorse raccolte e in teoria destinate alla “vera” decarbonizzazione delle imprese in Italia sono state in larga parte dirottate a coprire altre voci di spesa.

Far crescere le imprese

Il rapporto torna anche sull’eterno problema della bassa produttività italiana, legandolo all’altissima incidenza di piccole e micro imprese, laddove invece quelle medie e grandi sono perfino più produttive delle pari dimensione europee. Da qui l’opposizione alla riforma dell’artigianato in discussione in Parlamento, che allargando il perimetro della categoria potrebbe “spingere le imprese a rimanere sotto soglia, con effetti negativi su produttività e salari”. E la richiesta di una misura che favorisca la patrimonializzazione delle imprese, come l’Ace che il governo Meloni ha abolito nel 2023: “Serve proseguire sulla strada avviata anni fa e poi interrotta con l’eliminazione dell’Ace che tanti benefici aveva determinato”.

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