Ex Ilva, un decreto per tenerla accesa
di Filippo SantelliLa manifestazione degli operai dell'ex Ilva ieri a Taranto. I sindacati hanno proclamato altri due giorni di sciopero
ROMA – Il governo autorizza l’ex Ilva a tenere gli altoforni accesi qualche giorno in più, il tempo necessario per aspettare la decisione definitiva della Cassazione sul futuro dell’acciaieria di Taranto. La misura di emergenza è contenuta nel decreto approvato ieri dal Consiglio dei ministri e dà la possibilità all’amministrazione straordinaria di prolungare l’attuale “standby a caldo” fino alla pubblicazione del pronunciamento della Corte, rimandando l’irreversibile spegnimento previsto per il 25 ottobre. Una volta fermati gli impianti infatti, anche se la Cassazione dovesse decidere di ribaltare il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che impone lo stop dell’area a caldo, riaccenderli sarebbe di fatto impossibile. L’udienza sul caso Ilva è fissata per martedì 20 ottobre, ma non è detto che la decisione venga depositata subito e altro tempo sarà necessario per le motivazioni.
ROMA – Il governo autorizza l’ex Ilva a tenere gli altoforni accesi qualche giorno in più, il tempo necessario per aspettare la decisione definitiva della Cassazione sul futuro dell’acciaieria di Taranto. La misura di emergenza è contenuta nel decreto approvato ieri dal Consiglio dei ministri e dà la possibilità all’amministrazione straordinaria di prolungare l’attuale “standby a caldo” fino alla pubblicazione del pronunciamento della Corte, rimandando l’irreversibile spegnimento previsto per il 25 ottobre. Una volta fermati gli impianti infatti, anche se la Cassazione dovesse decidere di ribaltare il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che impone lo stop dell’area a caldo, riaccenderli sarebbe di fatto impossibile. L’udienza sul caso Ilva è fissata per martedì 20 ottobre, ma non è detto che la decisione venga depositata subito e altro tempo sarà necessario per le motivazioni.
Cassa integrazione e incentivi per chi assume
Il decreto prova insomma a lasciare aperto uno spiraglio - non oltre il 15 dicembre - per la prosecuzione a Taranto della produzione primaria di acciaio. E stanzia l’ultima tranche da 40,5 milioni di euro del prestito autorizzato dalla Commissione per l’amministrazione straordinaria, con cui portare avanti quel che resta dell’attività di trasformazione “a freddo”. Nel frattempo però, visto che la decisione della Cassazione non è per nulla scontata, inizia a mettere in campo misure per assorbire l’impatto di un eventuale spegnimento. Prevista fino a giugno 2027 la cassa integrazione di deroga anche per i lavoratori delle aziende dell’indotto. Mentre il ministero delle Imprese dovrà elaborare un piano per reindustrializzare le aree ex Ilva già dismesse e quelle limitrofe, raccogliendo le manifestazioni di interesse per investimenti superiori ai 10 milioni di euro. Ci saranno un commissario, una corsia preferenziale per le autorizzazioni ed incentivi per chi assumerà ex dipendenti Ilva.
Sciopero a oltranza
Non si ferma intanto la protesta dei lavoratori delle Acciaierie d’Italia, a Taranto e negli impianti liguri del gruppo che trasformano l’acciaio. Nella città pugliese lo sciopero degli operai è proseguito nella notte e poi ieri per un secondo giorno, con blocchi a strade e all’ingresso della raffineria Eni. Prima del Consiglio dei ministri i sindacati nazionali dei metalmeccanici, Fim, Fiom e Uilm, hanno proclamato altre 48 ore di sciopero «in considerazione delle mancate risposte del governo», chiedendo una nuova convocazione a Palazzo Chigi. L’ultimo incontro del tavolo permanente presieduto dal sottosegretario Mantovano si è svolto giovedì scorso.
Futuro in bilico
Il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che prescrive lo spegnimento dell’area caldo di Ilva per motivi ambientali risale al 27 luglio. Dalla decisione della Cassazione sul ricorso presentato dall’amministrazione straordinaria dipenderà anche l’evoluzione del piano di rilancio dell’acciaieria, che va comunque privatizzata. Una cordata di acciaieri italiani ha detto di essere interessata a rilevare la sola area a freddo, quindi il salvataggio di quella a caldo renderebbe la sua offerta improbabile. Mentre sul tavolo resta quella degli indiani di Jindal per l’intero perimento, giudicata però insoddisfacente. Al tavolo il governo ha ribadito la volontà di proseguire la produzione primaria di acciaio a Taranto convertendola ai forni elettrici, un processo lungo e costoso.