Il Fondo monetario avverte: “La spesa pubblica corre, sarà sfida tra difesa e sociale”
dal nostro inviato Francesco ManacordaKristalina Georgieva, direttrice del Fondo monetario internazionale
(reuters)BANGKOK – Volete armi o pensioni? Non è un quesito così netto, quello che il Fondo monetario internazionale pone ai Paesi più indebitati, ma i suoi esperti spiegano che le spese per la difesa presenteranno presto il conto alle casse pubbliche: e da qualche altra parte si dovrà tagliare. A Bangkok, il Fondo presenta il suo Fiscal monitor, il bollettino sullo stato di salute delle finanze pubbliche in tutto il mondo. E se già di solito dal documento arrivano rimbrotti e non carezze, adesso che il debito pubblico è in cima alle preoccupazioni dei mercati il messaggio è ancora più netto. Ed è un messaggio che naturalmente riguarda anche l’Italia, dove l’aumento delle spese militari previsto dagli impegni Nato dovrà convivere con la riduzione del deficit.
BANGKOK – Volete armi o pensioni? Non è un quesito così netto, quello che il Fondo monetario internazionale pone ai Paesi più indebitati, ma i suoi esperti spiegano che le spese per la difesa presenteranno presto il conto alle casse pubbliche: e da qualche altra parte si dovrà tagliare. A Bangkok, il Fondo presenta il suo Fiscal monitor, il bollettino sullo stato di salute delle finanze pubbliche in tutto il mondo. E se già di solito dal documento arrivano rimbrotti e non carezze, adesso che il debito pubblico è in cima alle preoccupazioni dei mercati il messaggio è ancora più netto. Ed è un messaggio che naturalmente riguarda anche l’Italia, dove l’aumento delle spese militari previsto dagli impegni Nato dovrà convivere con la riduzione del deficit.
«La discussione sul contratto sociale alla base della spesa è molto, molto urgente, nel senso che la spesa dovrà adattarsi, riducendosi, ad assorbire parte delle nuove pressioni che arriveranno da fonti diverse», dice Rodrigo Valdés, direttore del dipartimento Affari fiscali del Fondo. E, anche se non le cita esplicitamente, quelle «fonti diverse» sono appunto le spese per la difesa, come quelle per attutire lo shock energetico.
Ancora più chiara la sua vice Era Dabla-Norris: «La spesa per la difesa sarà persistente. Quindi, anche se la si copre temporaneamente con il debito, bisogna essere pronti, prima o poi, a riconoscere che il debito non può finanziare per sempre questa parte». E, dunque, «ci saranno dei compromessi difficili che i Paesi dovranno valutare attentamente, comunicando e dialogando con il pubblico, su quali siano le priorità».
Per l’Italia la dimensione del problema è già misurabile. Secondo le stime Nato riportate dalla Camera, nel 2026 la spesa militare del nostro Paese sarà di 48,3 miliardi, il 2,1% del Pil. Portarla al 3,5%, obiettivo concordato per il 2035, equivarrebbe a circa 80,5 miliardi: oltre 32 miliardi aggiuntivi ogni anno. È a quel 3,5% si affianca fino a un altro 1,5% del Pil per infrastrutture, reti e resilienza civile. Ma il problema è comunque, con sfumature diverse, continentale: nell’Ue protezione sociale e sanità assorbono insieme – ai dati del 2024 - il 27% del Pil: quasi 4.900 miliardi, pensioni comprese.
Tutto questo mentre per i governi si restringe lo spazio di manovra. Il Fiscal Monitor ricorda che a livello mondiale il debito pubblico supererà il 100% del Pil prima del 2030, mentre i tassi reali restano sopra i livelli pre-pandemia. E il Fondo indica anche una strada sul lato delle entrate: tassare meglio, riducendo le distorsioni senza sacrificare il gettito.