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“Più IA e meritocrazia”: i giovani di Confindustria chiedono spazio ai padri

Maria Anghileri, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria 

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La presidente Anghileri sollecita la politica a varare norme mirate: “Sgravi sulle assunzioni e incentivi per far rientrare gli esperti”
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CAPRI – Chi l’avrebbe detto, mentre i giovani di mezza Europa protestano in strada. Chi avrebbe detto che a modo loro – cioè in un grande hotel di Capri, con abiti di marca e l’azienda di famiglia da ereditare – anche i giovani imprenditori di Confindustria sentono stretto il futuro. Arrabbiati no, non è lo stile dell’associazione né il mood del convegno annuale vista mare. Preoccupati sì, eccome. «Diciamo che il futuro sarebbe necessario trovarlo, e adesso, sennò il mondo ci passa sopra», dice Zeno Freddi, 23 anni, che ha da poco messo piede nell’impresa di famiglia a Bologna: consulenza e risorse umane, la guida il nonno. Si riferisce in particolare all’intelligenza artificiale, il tema di questa due giorni. Ma in senso lato parla anche dell’Italia: «Metà dei miei amici è andata all’estero e non ha nessuna intenzione di tornare», ammette.

CAPRI – Chi l’avrebbe detto, mentre i giovani di mezza Europa protestano in strada. Chi avrebbe detto che a modo loro – cioè in un grande hotel di Capri, con abiti di marca e l’azienda di famiglia da ereditare – anche i giovani imprenditori di Confindustria sentono stretto il futuro. Arrabbiati no, non è lo stile dell’associazione né il mood del convegno annuale vista mare. Preoccupati sì, eccome. «Diciamo che il futuro sarebbe necessario trovarlo, e adesso, sennò il mondo ci passa sopra», dice Zeno Freddi, 23 anni, che ha da poco messo piede nell’impresa di famiglia a Bologna: consulenza e risorse umane, la guida il nonno. Si riferisce in particolare all’intelligenza artificiale, il tema di questa due giorni. Ma in senso lato parla anche dell’Italia: «Metà dei miei amici è andata all’estero e non ha nessuna intenzione di tornare», ammette.

Non siamo un Paese per giovani, e neanche per giovani imprenditori. Dal palco la presidente Maria Anghileri, 39 anni, seconda generazione al vertice del gruppo lombardo dell’acciaio Eusider, fa un bel discorso dicendo che per far vincere all’Italia la sfida dell’IA «i giovani devono stare dove si decide», che in tutto il mondo, nelle università e nelle startup, questa rivoluzione la stanno facendo loro. È un messaggio al governo e alla politica tutta, a cui chiede una vera strategIA: una rete di poli di eccellenza degli algoritmi, sgravi Irpef per i nuovi assunti e un piano di incentivi per far tornare in Italia cento esperti ogni anno, che invece – come si sa – continuano a scappare. Ma è un messaggio anche alle imprese a «cambiare testa» ed affidare più responsabilità ai ragazzi, perché questo le trasformerebbe e le renderebbe più attrattive. Anghileri fa anche un riferimento ai giovani che protestano in strada, perché dietro a rivendicazioni vede la stessa domanda: poter costruire il proprio futuro.

La politica ascolta e promette, ma che passi ai fatti pare difficile. Senza registrare ciò che dicono i ministri ospiti a Capri – Zangrillo, Urso, Picchetto Fratin ieri, oggi Tajani – basterebbe la triste aritmetica elettoral-demografica: in Italia si vince con i voti degli over, non degli under, dei pensionati e non degli startupper. «Non vedo nessuno che abbia una visione, che si assuma il rischio di andare oltre alla gara di consenso», dice Emanuele Cerri, 29 anni, terza generazione di un’azienda lombarda delle costruzioni. «Spero di no, ma temo che come sul nucleare, dove potevamo essere i primi, anche sull’IA ci troveremo dominati».

A ben vedere però neanche un sistema imprenditoriale fatto di piccole imprese familiari, in cui il 50% capi azienda è over 60 pare così ben disposto al cambiamento, tecnologico e generazionale. Federico Nessi, 38 anni, il suo parricidio rituale e imprenditoriale dice di averlo consumato quando 15 anni fa è entrato nell’azienda di famiglia - commercio di materiali edili - e passo dopo passo ha digitalizzato tutti i processi che prima viaggiavano via fax. Ora la guida, e nel frattempo quegli strumenti digitali li ha trasformati in una startup. «Ce l’ho fatta perché mi sono impuntato con mio padre – rivendica – mentre in Italia i giovani accettano i no. Tutto il mondo protesta e noi dormiamo». Era pur sempre il figlio del padrone, come quasi tutti qui a Capri, e chi non ha aziende da ereditare? Nessi dice che per dare una scossa al sistema servono idee radicali. La possibilità per le aziende di distribuire il 5% degli utili ai dipendenti esentasse, sulla base della performance, «perché quello che manca è la meritocrazia». E una “quota giovani” obbligatoria nei cda delle imprese. Così le nostre aziende investirebbero di più in ricerca e tecnologia, pagherebbero salari più alti, diventerebbero migliori? «Ne sono sicuro al 100%».

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