Anche il Fondo monetario vede i nuvoloni. Il debito è la minaccia numero uno
dal nostro inviato Francesco ManacordaBANGKOK – Mare mosso come al solito, ma navigazione quasi regolare. Si segnalano scogli emergenti del debito pubblico e area di bonaccia dalle parti delle banche centrali, che non sembrano intenzionate ad alzare i tassi prima di dicembre. Il bollettino per i naviganti, che in questo caso sono tutta l’economia mondiale, del Fondo monetario internazionale è questo. Alla fine di una settimana di incontri in cui 191 Paesi sono arrivati qui a Bangkok con le loro delegazioni, il quadro non appare tanto preoccupante per quello che è – anzi, è opinione comune che la guerra nel Golfo e il decollo dei prezzi dell’energia abbiano avuto effetti meno duri del previsto – ma soprattutto per quello che potrebbe essere e soprattutto per i disequilibri che continuano senza accennare a ridursi.
Il primo scoglio è appunto il debito. I rendimenti dei titoli pubblici sono saliti ai massimi da molti anni negli Stati Uniti, in Francia, in Gran Bretagna e in Giappone e il Fondo li considera il principale ri…
BANGKOK – Mare mosso come al solito, ma navigazione quasi regolare. Si segnalano scogli emergenti del debito pubblico e area di bonaccia dalle parti delle banche centrali, che non sembrano intenzionate ad alzare i tassi prima di dicembre. Il bollettino per i naviganti, che in questo caso sono tutta l’economia mondiale, del Fondo monetario internazionale è questo. Alla fine di una settimana di incontri in cui 191 Paesi sono arrivati qui a Bangkok con le loro delegazioni, il quadro non appare tanto preoccupante per quello che è – anzi, è opinione comune che la guerra nel Golfo e il decollo dei prezzi dell’energia abbiano avuto effetti meno duri del previsto – ma soprattutto per quello che potrebbe essere e soprattutto per i disequilibri che continuano senza accennare a ridursi.
Il primo scoglio è appunto il debito. I rendimenti dei titoli pubblici sono saliti ai massimi da molti anni negli Stati Uniti, in Francia, in Gran Bretagna e in Giappone e il Fondo li considera il principale rischio per la stabilità finanziaria. La direttrice generale del Fmi, Kristalina Georgieva, ha definito i Paesi avanzati «i maggiori colpevoli» dell’accumulo di debito. Usa e Europa sul banco degli imputati, dunque, perché più interessi da pagare ai mercati significano meno soldi per sanità, istruzione, infrastrutture e per affrontare il prossimo shock.
Quanto ai disequilibri, quello che continua a condizionare l’economia mondiale – e che anche qui è stato al centro del duello diplomatico tra le due superpotenze – riguarda sempre Usa e Cina. I primi spendono sempre di più, contribuendo alla crescita del deficit mondiale; la seconda, invece di spendere e aumentare la domanda interna, continua a inondare di merci il resto del globo. Proprio mentre a Bangkok si discuteva, Pechino ha diffuso i dati della bilancia commerciale di settembre: export +36,3% annuo, import +31%, avanzo commerciale di 133,5 miliardi di dollari. Nei primi nove mesi il surplus è arrivato a 938 miliardi, vicino alla soglia del trilione.
Ecco allora la continua schermaglia. Gli Usa hanno chiesto ancora una volta al Fondo di essere «più assertivo nell’identificare queste distorsioni» e nel contrastare le politiche beggar-thy-neighbor: letteralmente “impoverisci il vicino”, cioè misure – dal cambio ai sussidi – che migliorano la propria posizione scaricando il costo sui partner commerciali. Pechino ha replicato che gli squilibri non nascono soltanto nei Paesi in surplus e che gli Stati Uniti hanno perso competitività anche per l’eccesso di spesa pubblica: «Ogni Paese deve fare i propri compiti a casa», ha scritto la banca centrale cinese.
Georgieva prova a distribuire le responsabilità con una formula diventata il riassunto di Bangkok: «La Cina deve spendere di più, gli Stati Uniti devono risparmiare di più e l’Europa deve investire di più». Ma per il Fondo il debito delle economie avanzate e il suo costo crescente sono ormai un problema esportato: quando salgono i Treasury, salgono anche i rendimenti dei Paesi emergenti.
Poi c’è l’intelligenza artificiale, parte della cura e insieme nuovo rischio. Gli investimenti in chip, data center ed energia stanno sostenendo la crescita americana e asiatica. Georgieva ha definito l’impatto sul lavoro uno «tsunami lento» e ha ammesso che «i governi non ne sanno abbastanza» per regolare da soli una tecnologia che cambia così rapidamente. Christine Lagarde ha aggiunto che c’è «una concorrenza molto forte per i finanziamenti»: hyperscaler e governi cercano insieme enormi quantità di capitale. Se l’Ia manterrà le promesse, la produttività aiuterà la crescita; se gli investimenti si interrompessero bruscamente, avverte il Fondo, arriverebbero vendite sui mercati e non sarebbe una buona notizia.
Per ora, dunque, il messaggio finale resta quello della resilienza. L’economia mondiale continua a crescere attorno al 3%, più di quanto molti temessero dopo l’inizio della guerra nel Golfo. Il problema è che resiste consumando margini: più debito, più interessi, più capitale assorbito dall’Ia, più tensioni commerciali. Insomma, si naviga, ma un po’ troppo a vista.