Per le imprese di questo Paese chiudere una commessa non significa sempre incassare, ma sempre più spesso vuol dire anticipare i costi, il pagamento dei salari, dei materiali e aspettare mesi per ricevere un bonifico. I tempi di pagamento rappresentano un problema sempre più grande per l’industria italiana: novanta giorni e oltre, possono trasformare una normale fornitura in una forma di finanziamento indiretto al cliente.
Meno della metà di pagamenti puntuali
Stando alle elaborazioni dell’Ufficio studi del Gruppo Nsa, che ha analizzato circa diecimila Pmi italiane, i tempi medi di incasso in Italia sono di 55 - 60 giorni, e solo un debitore su due paga regolarmente, o con ritardi molto contenuti. Il dato medio nasconde differenze significative: sono soprattutto le micro e piccole imprese a soffrire maggiormente quando i tempi di pagamento si allontanano dalla scadenza. «Le imprese più piccole dispongono normalmente d…
Per le imprese di questo Paese chiudere una commessa non significa sempre incassare, ma sempre più spesso vuol dire anticipare i costi, il pagamento dei salari, dei materiali e aspettare mesi per ricevere un bonifico. I tempi di pagamento rappresentano un problema sempre più grande per l’industria italiana: novanta giorni e oltre, possono trasformare una normale fornitura in una forma di finanziamento indiretto al cliente.
Meno della metà di pagamenti puntuali
Stando alle elaborazioni dell’Ufficio studi del Gruppo Nsa, che ha analizzato circa diecimila Pmi italiane, i tempi medi di incasso in Italia sono di 55 - 60 giorni, e solo un debitore su due paga regolarmente, o con ritardi molto contenuti. Il dato medio nasconde differenze significative: sono soprattutto le micro e piccole imprese a soffrire maggiormente quando i tempi di pagamento si allontanano dalla scadenza. «Le imprese più piccole dispongono normalmente di minori riserve di liquidità e sostengono un costo di accesso al credito mediamente superiore», spiega Francesco Salemi, amministratore delegato del Gruppo Nsa. Per queste aziende anche poche settimane di ritardo possono trasformarsi rapidamente in un fabbisogno aggiuntivo di capitale circolante. Banca d’Italia conferma la relazione significativa tra dimensione delle operazioni e costo del finanziamento. Nel 2026 i tassi applicati alle nuove operazioni fino a un milione di euro risultano mediamente superiori a quelli dei finanziamenti di maggiore dimensione, con differenziali che in alcune rilevazioni superano un punto percentuale. «Un grande debitore può utilizzare un pagamento più lungo come strumento di gestione del proprio capitale circolante», prosegue Salemi. «Per un piccolo fornitore quegli stessi giorni possono invece significare ricorrere a un affidamento bancario e sostenerne integralmente il costo».
I settori più colpiti
I settori più colpiti dai ritardi nei pagamenti, secondo dati di Cribis, sono quelli legati alle costruzioni, alla grande distribuzione e alla ristorazione. Le industrie chimiche e della carta archiviano invece le quote più basse. Mentre locazione immobiliare e servizi per le persone si trovano nel mezzo. «Nel terzo trimestre del 2026 i ritardi oltre i 90 giorni hanno riguardato il 5% delle aziende», spiega l’amministratore delegato di Cribis, Marco Preti. Le dilazioni pesano soprattutto su crediti verso i clienti e la liquidità: il ciclo di cassa si allunga, aumenta il ricorso a scoperti e affidamenti con oneri finanziari che erodono i margini, e oltre i 90 giorni cresce il rischio di perdite su crediti. «Per chi ha poche riserve e costi fissi da coprire», sottolinea Preti, «pochi mesi di attesa possono mettere a rischio la continuità, con conseguenti effetti a catena sulla filiera».
Il danno economico dipende dalla singola impresa e non ha una misura univoca, ma l’esposizione è misurabile. I dati Cribis segnalano un progressivo allungarsi dei tempi di saldo, con i pagamenti puntuali fermi al 42,3% (-1,3 punti percentuali in un anno). Ma in una fase di forte inflazione, come quella che vivono in questo momento le imprese italiane, avere flussi di cassa solidi è una condizione essenziale per resistere.
Le abitudini di pagamento
In uno scenario economico come quello di oggi, caratterizzato da incertezza e da condizioni finanziarie poco favorevoli, la disponibilità di risorse finanziarie diventa essa stessa un asset competitivo. Soprattutto nell’export, dove offrire al cliente estero dilazioni di pagamento più lunghe può fare la differenza, specie nei mercati in cui il credito commerciale è parte integrante dell’offerta.
Il bisogno di liquidità: possibili rimedi
Per le Pmi, però, questa leva ha un costo: sono portate a mantenere più liquidità per finanziare la gestione corrente o a ricorrere al credito, mentre una parte delle risorse resta immobilizzata nei crediti commerciali. L’anticipo fatture, cioè il pagamento anticipato da parte degli istituti bancari, è una delle principali forme di credito autoliquidante del sistema. Anche nella sua versione digitale, l’invoice financing, particolarmente diffusa nelle fintech. Come spiega Salvatore Rondinella, partner di Consulbrokers, questo strumento risponde a un’esigenza di flessibilità, poichè «permette all’impresa di ottenere liquidità anticipando una o più fatture prima della loro scadenza, scegliendo di volta in volta quali crediti finanziare». Sta guadagnando spazio sul mercato anche il factoring, il contratto con cui un’impresa vende i propri crediti commerciali a un terzo, ottenendo in cambio liquidità immediata o servizi di gestione.
Secondo l’Associazione Italiana per il factoring, a fine 2025 lo stock di anticipi e corrispettivi erogati dai factor era pari a 59,8 miliardi di euro e il factoring rappresentava una quota molto significativa dei finanziamenti a breve termine alle imprese non finanziarie. Questo strumento, spiega Rondinella, può essere utilizzato in due diverse modalità. In un caso, oltre a ottenere liquidità attraverso l’anticipo delle fatture, l’impresa trasferisce al factor anche il rischio che il cliente non paghi. In caso di insolvenza, quindi, è il factor ad assumersi la perdita, alle condizioni previste dal contratto. Nel secondo, l’impresa beneficia comunque dell’anticipo dei crediti e quindi di maggiore liquidità, ma mantiene il rischio di mancato pagamento da parte del cliente.
Un’alternativa è anche lo smobilizzo dei crediti Iva, che consente di trasformare un credito fiscale in liquidità immediatamente disponibile, senza attendere i tempi del rimborso, e può evitare nuovo debito bancario. «È una leva efficiente soprattutto per le imprese con crediti Iva rilevanti e ricorrenti», sottolinea Roberto Nicastro, presidente e co-fondatore di Banca AideXa, «come esportatori e fornitori della Pubblica amministrazione».