La protesta dei tir si allarga, picchetti alle porte di Roma: “Dobbiamo fermarci tutti”
dal nostro inviato Corrado ZuninoFERENTINO (FROSINONE) – Quaranta minuti fermi con noi, «poi vi lasciamo ripartire». È un picchetto morbido, mai aggressivo, quello di Ferentino, provincia di Frosinone, più di mille imprese nell’area. Il casello riceve un tir dopo l’altro, che è tarda mattina, ieri. Bisarche con auto agganciate sui due piani, autobotti con cisterne cariche di olio. Un cenno, e si fermano superata la sbarra. «Non obblighiamo nessuno allo sciopero», assicura Valerio Pironi, organizzatore del presidio, autista di Boville, un comune vicino che dal dopoguerra offre al Paese dinastie di autisti di camion. È arrivata in Centro Italia, da domenica sera, la protesta degli autotrasportatori nazionali, strangolati dal prezzo del gasolio che, nonostante i ribassi forzati di diversi operatori, viaggia sempre sopra i 2,2 euro al litro. «È così dalla fine di febbraio». Per 300.000 autisti e padroncini questi sono stati otto mesi di extra costi.
FERENTINO (FROSINONE) – Quaranta minuti fermi con noi, «poi vi lasciamo ripartire». È un picchetto morbido, mai aggressivo, quello di Ferentino, provincia di Frosinone, più di mille imprese nell’area. Il casello riceve un tir dopo l’altro, che è tarda mattina, ieri. Bisarche con auto agganciate sui due piani, autobotti con cisterne cariche di olio. Un cenno, e si fermano superata la sbarra. «Non obblighiamo nessuno allo sciopero», assicura Valerio Pironi, organizzatore del presidio, autista di Boville, un comune vicino che dal dopoguerra offre al Paese dinastie di autisti di camion. È arrivata in Centro Italia, da domenica sera, la protesta degli autotrasportatori nazionali, strangolati dal prezzo del gasolio che, nonostante i ribassi forzati di diversi operatori, viaggia sempre sopra i 2,2 euro al litro. «È così dalla fine di febbraio». Per 300.000 autisti e padroncini questi sono stati otto mesi di extra costi.
Il racconto della giornata di presidi
Lunedì il bilancio è di venticinque presidi, agli snodi autostradali e delle grandi arterie che servono le aree industriali e agricole del Centro-Sud. Lazio e Molise, la Campania con il porto di Napoli, bloccato. La Calabria, dove, a Catanzaro, è iniziata la protesta. Era il 5 ottobre. Blocchi all’interno della Basilicata e in tutta la Puglia: a Bari trenta motrici arrivano a Punta Perotti mentre a Cerignola, provincia di Foggia, si sono fermati i frantoi e i pensionati solidarizzano in strada. Poi la Sicilia, con i presidi a Palermo, a Catania, all’ingresso del mercato ortofrutticolo di Vittoria, dove gli avocado non arrivano sui banchi. Restano sugli snodi a marcire.
Qui a Ferentino un padroncino sfugge alle maglie del picchetto morbido: «Se non prendo la consegna, la danno a qualcun altro e perdo la giornata». Si fermano tra i quindici e i venti tir ogni ora, nello slargo dopo il casello: l’accordo è che, appunto, dopo quaranta minuti si possa ripartire, sei, sette alla volta, e si viene rimpiazzati da chi esce dall’A1. «Dobbiamo fare come in Francia, fermarci tutti. Forse che il carovita non incide sulla vita della gente?», domanda Pironi, nella sua pettorina gialla. Spiega: «Dietro di noi non c’è nessun sindacato, nessuna associazione. Siamo quaranta colleghi, con un gruppo Whatsapp, venti a Ferentino e venti a Frosinone».
La protesta in strada
Tira giù il finestrino Mario Tartaglia, 64 anni, autista da quaranta. Vive in provincia di Varese e si è alzato alle 4,40 per poter ritirare nel frusinate uno stock di cassette di plastica. «Faccio il camionista perché non saprei fare altro. Mi sono fermato in terza media, avrei scoperto più tardi che sui libri faticavo perché ero dislessico. A 14 anni al tornio, ma la fabbrica era asfissiante, e così il camion è diventato il mio modo di vivere». Tartaglia non arriva a duemila euro al mese e non può spenderne più di 600 tra pranzi e cene. «Compro la pasta e il condimento al supermercato, la cucino nella cabina di guida. Ho un fornello». Gli autogrill sono troppo costosi, «al massimo un caffè per giustificare la doccia». E quando non resiste più «dentro questa esistenza da eterno eremita», Tartaglia si si offre una cena in un ristorante su una statale, «ma solo per parlare con qualche collega, scacciare la solitudine». Si dorme, quando si viaggia con il buio, in una piazzola e si lavora fino ai settant’anni per accumulare contributi: «A me il primo datore, un parente, non ha versato dieci anni».
Oltre il casello di Ferentino non c’è posizione politica, «tra noi non ne parliamo mai». C’è la lotta per il quotidiano. «Io sono un padroncino, guido il tir e ne gestisco altri, e sto peggio dei miei autisti». Questo è Pier Luca Milani, anche lui di Boville patria di camionisti: «Contributi Inps, Iva, pago al centesimo e per me resta poco». Assicura: «Faccio questo mestiere per tradizione familiare e per passione, ma adesso abbiamo tutti bisogno del popolo con noi». Da un forno in città sono già arrivate pizzette fritte e supplì, offerte.
In Sicilia il fronte dei camionisti si è spaccato. L’Aias prosegue in proprio dissociandosi dalle iniziative del comitato degli autotrasportatori del Cts. Il problema è il solito nei movimenti di protesta: la postura con il governo: «Non ci interessa qualsiasi accordo che loro faranno e di cui si assumeranno le responsabilità». I blocchi non saranno tolti, comunque, fino alla fine dell’incontro con il ministro del settore, Matteo Salvini, previsto a Milano questa mattina. Nell’autunno caldo dei trasporti, in alcune aree — Isernia e Campobasso — i tir sono stati affiancati dai trattori, gli agricoltori, da una settimana in strada.