La transizione ferma a metà. Più rinnovabili ma l’elettrico non sfonda
di Emma Bonotti , - grafici a cura del Visual LabLe fonti rinnovabili stanno rallentando la loro corsa in Italia
Lenti e sporadici passi avanti verso un obiettivo negoziato con l’Europa, rapidamente ritrattato e che, anche nella sua versione aggiornata, appare ancora troppo lontano. È la transizione energetica all’italiana, un percorso di certo non privo di passaggi lodevoli ma costellato di mancanze. La dimostrazione di una difficoltà politica nel considerare il clima come una delle variabili su cui progettare lo sviluppo del Paese.
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L’obiettivo numero uno
Una premessa scomoda ma necessaria. La stella polare a cui dovrebbe guardare l’Italia è un numero: -43,7%, ovvero la riduzione tra il 2030 e il 2005 dell’anidride carbonica emessa da alcuni settori — quelli che non rientrano nel meccanismo di scambio di quote di CO2, gli Ets, ovvero il trasporto su ruota, il mantenimento degli edifici, l’agricoltura, la piccola industria e i rifiuti.
L’obiettivo (vincolante) è stato scritto nero su bianco ed è uno dei pilastri del piano d…
Lenti e sporadici passi avanti verso un obiettivo negoziato con l’Europa, rapidamente ritrattato e che, anche nella sua versione aggiornata, appare ancora troppo lontano. È la transizione energetica all’italiana, un percorso di certo non privo di passaggi lodevoli ma costellato di mancanze. La dimostrazione di una difficoltà politica nel considerare il clima come una delle variabili su cui progettare lo sviluppo del Paese.
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L’obiettivo numero uno
Una premessa scomoda ma necessaria. La stella polare a cui dovrebbe guardare l’Italia è un numero: -43,7%, ovvero la riduzione tra il 2030 e il 2005 dell’anidride carbonica emessa da alcuni settori — quelli che non rientrano nel meccanismo di scambio di quote di CO2, gli Ets, ovvero il trasporto su ruota, il mantenimento degli edifici, l’agricoltura, la piccola industria e i rifiuti.
L’obiettivo (vincolante) è stato scritto nero su bianco ed è uno dei pilastri del piano di decarbonizzazione dell’Unione europea, Fit for 55. Roma lo ha tradotto in impegni concreti, raccolti all’interno del Piano nazionale integrato per l’Energia e il Clima, il Pniec. Peccato che, a osservarlo da vicino, lo strumento appaia come un’arma spuntata: se anche tutte le misure previste venissero adottate, ammette il testo, le emissioni si ridurrebbero solo del 40,6%. Insomma, le premesse non sono delle migliori.
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Rinnovabili, vittoria a metà
Ma veniamo al percorso, la transizione. Il progress report pubblicato oggi dal think tank Ecco passa l’operato dell’Italia ai raggi X. Il primo segnale a cui guarda è la decarbonizzazione dell’energia elettrica. E le tecnologie più economica per generare megawattora “puliti” al momento sono le rinnovabili.
Qui gli sforzi vanno riconosciuti: grazie anche al sostegno degli incentivi, al 30 settembre le installazioni di impianti green sul suolo italiano hanno raggiunto 88,8 GW — solare per più della metà e idroelettrico per un quarto — contro i 61 del 2022 e i 50,6 del 2014. C’è un però. Per raggiungere la meta, fissata a 131,04 GW, gli operatori dovrebbero accelerare il passo, invece negli ultimi anni abbiamo assistito a un rallentamento generale, complice anche la lentezza del processo burocratico in cui molte richieste si arenano.
Anche le batterie, necessarie per accumulare l’elettricità prodotta dalle fonti verdi, stanno diventando sempre più popolari, ma restano distanti dall’obiettivo fissato dal gestore della rete, Terna: 20 GWh, pompaggi esclusi, a fine settembre sui 71,5 aggiuntivi previsti al 2030.
Elettrificazione a rilento
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Se sulle rinnovabili Roma può vantare un parziale successo, altrettanto non può dire dell’elettrificazione dei consumi. L’altra gamba della transizione. Qui vengono i dolori. Dal 1990 il grado di elettrificazione dei consumi finali di energia è aumentato progressivamente, ma dal 2021 è rimasto sostanzialmente stabile, con un tasso che nel 2024 si attestava a 23,3%. Il principale ostacolo, notano gli esperti, è lo squilibrio tra i prezzi dell’elettricità e quelli delle fonti fossili, come il gas. Il governo ha tentato di affrontare il problema su più fronti, ad esempio con il decreto Bollette. La flessibilità di bilancio concessa dall’Ue garantisce all’Italia un tesoretto da 14 miliardi da investire nei prossimi due anni sulla sicurezza energetica. Un’occasione da non sprecare.
Trasporti
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Ma veniamo ai settori. Quello dei trasporti — responsabile di quasi un terzo delle emissioni totali — arranca: anziché ridurre la propria impronta carbonica, l’ha ampliata negli anni. E il tasso di elettrificazione è rimasto inchiodato al 2%.
Colpa delle immatricolazioni dei veicoli elettrici che faticano a decollare, ferme ad appena un decimo del target del Pniec al 2030. Il paradosso è che l’infrastruttura di ricarica, invece, cresce ed è sulla buona strada per centrare l’obiettivo, ma il suo tasso di utilizzo è ancora limitato.
«I numeri rivelano la mancanza di un disegno strutturale che accompagni i cittadini verso scelte più sostenibili», osserva la direttrice del think tank, Chiara Di Mambro. «Gli acquisti di auto elettriche impennano ad ogni incentivo, segno che la domanda c’è: servono le condizioni per abilitarla. Oggi manca un coordinamento tra lo Stato e le amministrazioni locali e un orizzonte chiaro verso cui puntare».
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Civile
L’altro settore in cui l’Italia fatica a cambiare passo è quello civile. L’anno scorso i consumi di gas, principale fonte delle sue emissioni, sono rimasti pressoché stabili rispetto al 2024. Mentre la quota di rinnovabili è ferma da cinque anni. Anche il recepimento della direttiva Case Green, che darebbe al settore una tabella di marcia, è ancora atteso.
Industria
Chiude il cerchio l’industria. Su questo punto non c’è un vero e proprio target, ma Roma può dirsi ugualmente soddisfatta: «Il tasso di elettrificazione dell’industria italiana, pari al 40% nel 2024, è tra i più alti d’Europa», ricorda Di Mambro.
Certo, nota, «parte del risultato è frutto del cambiamento radicale del tessuto industriale avvenuto negli ultimi venti anni: ad esempio, le produzioni primarie di acciaio e polimeri, sicuramente più inquinanti, si sono contratte enormemente. Pertanto, pianificare la transizione dell’industria è fondamentale per alimentare innovazione e circolarità e scongiurare la messa a rischio dell’autonomia strategica della manifattura nazionale».
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Dove stiamo andando?
Riavvolgiamo il nastro: le rinnovabili sostengono la decarbonizzazione dell’elettricità, che però fatica a prevalere sui combustibili fossili nei principali ambiti di consumo energetico. Il risultato? L’anno scorso l’Italia ha emesso 372,8 milioni di tonnellate di anidride carbonica, 94,7 milioni in più dell’obiettivo di fine decennio. E di quanto le ha ridotte tra il 2024 e il 2025? Di appena quattro milioni.
La vera domanda allora è: dove stiamo andando? «Il percorso può apparire lungo e tortuoso ma è ineludibile: se non per il clima, la transizione andrebbe affrontata quanto meno per garantire la sicurezza energetica e contenere i costi dell’energia», conclude l’esperta.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, la guerra nel Golfo Persico dovrebbe aver chiarito la lezione: la dipendenza degli approvvigionamenti energetici dalle importazioni espone i Paesi a rischi che potrebbero non essere in grado di controllare. E nell’attesa che il nucleare porti — forse — nuova energia verde sul suolo italiano la risposta più ovvia è sempre la stessa: comincia per R.
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