ROMA – Doveva restare quello che è: «un’ipotesi astratta», al più «remota e residuale». Come tale da tenere coperta, per evitare incidenti. Non da svelare, elevandola a certezza. Ecco perché quando Antonio Tajani ha inserito Cassa depositi e prestiti nella lista dei pagatori della manovra, a palazzo Chigi è scattato l’allarme. Condito dall’irritazione per quella che a taccuini chiusi viene definita «una fuga in avanti». Più di una svista. Un errore.
Nel giro di poche ore, il fastidio sfocia nel ridimensionamento della soluzione proposta dal leader di Forza Italia. Non una decisione da finalizzare in numeri, bensì – è la contronarrazione – un’idea «che al momento non è neppure allo studio». Al momento, perché la legge di bilancio è ancora tutta da scrivere. Vuol dire che l’ipotesi non è finita nel cestino, ma finché i margini di azione non saranno chiari – a valle della trattativa con l’Europa sulla flessibilità – altro non è che «un’idea come tante». Tra l’altro «di difficile realizza…
ROMA – Doveva restare quello che è: «un’ipotesi astratta», al più «remota e residuale». Come tale da tenere coperta, per evitare incidenti. Non da svelare, elevandola a certezza. Ecco perché quando Antonio Tajani ha inserito Cassa depositi e prestiti nella lista dei pagatori della manovra, a palazzo Chigi è scattato l’allarme. Condito dall’irritazione per quella che a taccuini chiusi viene definita «una fuga in avanti». Più di una svista. Un errore.
Nel giro di poche ore, il fastidio sfocia nel ridimensionamento della soluzione proposta dal leader di Forza Italia. Non una decisione da finalizzare in numeri, bensì – è la contronarrazione – un’idea «che al momento non è neppure allo studio». Al momento, perché la legge di bilancio è ancora tutta da scrivere. Vuol dire che l’ipotesi non è finita nel cestino, ma finché i margini di azione non saranno chiari – a valle della trattativa con l’Europa sulla flessibilità – altro non è che «un’idea come tante». Tra l’altro «di difficile realizzazione e comunque non all’esame oggi», annotano fonti di governo.
E però della possibilità che la Cassa possa dare man forte alla manovra si è parlato lunedì sera a palazzo Chigi, quando la premier, i leader della coalizione e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti hanno discusso del contributo chiesto al «settore finanziario», come è scritto nel Documento programmatico di bilancio, l’impianto generale della Finanziaria.
Alla riunione solo un accenno su Cdp, nulla di più. Ma tanto è bastato a Tajani per dare per fatto l’allargamento della platea dei soggetti che sono stati chiamati a contribuire alle coperture. Tirando dentro la Cassa, il vicepremier può dire che a pagare il conto non saranno solo le banche. Anche l’istituto finanziario, appunto, dovrà partecipare alla causa. Di fatto lo Stato, dato che Cdp è una società per azioni a controllo pubblico: è il ministero dell’Economia, con l’82,7% delle azioni, il socio di maggioranza. Tra l’altro, se l’ipotesi dovesse maturare nelle prossime settimane, passando da un caso di scuola a fonte di finanziamento della manovra, a pagare sarebbero anche le fondazioni bancarie in quanto titolari del restante 17,2% di Cdp.
La proposta di Tajani corre veloce. Così rapida da generare anche un paio di schemi di intervento. Il primo è un anticipo fiscale delle tasse sul dividendo di Cdp. La soluzione richiama la norma inserita nel decreto accise di fine agosto per l’acconto fiscale a carico di Eni. Per passare dall’idea ai fatti servirebbe comunque una norma. Il secondo schema è stato già scartato. Acquisito l’extra dividendo che Eni potrebbe attivare domani, Cdp avrebbe girato l’incasso ai suo azionisti, quindi anche al Mef. Ma in ambienti di governo, la catena è ritenuta una «forzatura». Di più: «Una strada non percorribile». La stessa definizione che viene usata anche per definire la mossa di Tajani. Alla fine chi pagherà il conto? La manovra resta appesa all’interrogativo. Uno tra i tanti che ancora la tengono lontana dal tavolo del Consiglio dei ministri.