Il Nord teme di perdere l’ex Ilva: “Avanti anche senza Taranto”
di Mattia Aimola , Massimo MinellaGli esterni dello stabilimento ex Ilva Acciaierie d'Italia di Novi Ligure
NOVI LIGURE e GENOVA – Mi avevano detto che una volta arrivato qui avrei avuto il lavoro per la vita, non è così». Fuori dai cancelli dello stabilimento di Novi Ligure si respira rassegnazione. La scritta "Ilva”, sbiadita e in parte nascosta dagli alberi, racconta una storia arrivata a un passaggio decisivo. L’incertezza si legge sui muri dell’impianto, divorati dalle erbacce, ma anche nelle parole degli operai: «Si lavora poco e piove dentro lo stabilimento, ormai la manutenzione si fa raramente». Chi può fugge altrove. «Negli ultimi anni — racconta Maurizio Cantello, segretario della Fiom Cgil di Alessandria — circa trenta operai se ne sono andati. Ora la fabbrica rischia di spegnersi e mandare tutti in cassa integrazione nel giro di poche settimane».
NOVI LIGURE e GENOVA – Mi avevano detto che una volta arrivato qui avrei avuto il lavoro per la vita, non è così». Fuori dai cancelli dello stabilimento di Novi Ligure si respira rassegnazione. La scritta "Ilva”, sbiadita e in parte nascosta dagli alberi, racconta una storia arrivata a un passaggio decisivo. L’incertezza si legge sui muri dell’impianto, divorati dalle erbacce, ma anche nelle parole degli operai: «Si lavora poco e piove dentro lo stabilimento, ormai la manutenzione si fa raramente». Chi può fugge altrove. «Negli ultimi anni — racconta Maurizio Cantello, segretario della Fiom Cgil di Alessandria — circa trenta operai se ne sono andati. Ora la fabbrica rischia di spegnersi e mandare tutti in cassa integrazione nel giro di poche settimane».
Per i lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano e Novi Ligure si apre ora una fase di attesa, almeno fino a martedì, quando a Roma è previsto un nuovo confronto sulla vertenza. Gli operai genovesi sono già scesi in campo due volte in pochi giorni: prima con l’occupazione della Prefettura, poi con quella dell’aeroporto Cristoforo Colombo. Anche a Novi la protesta è arrivata fin sotto la Prefettura di Alessandria, venerdì. Oggi invece i lavoratori la porteranno a Torino, sotto la sede della Regione.
Il paradosso è che nel Nordovest una strada per andare avanti esiste. Gli stabilimenti di Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi dispongono di impianti operativi e le attività di lavorazione a freddo potrebbero proseguire. Manca però la materia prima. Con Taranto incapace di garantire i volumi necessari, bisogna trovare sul mercato i coils da trasformare. Per il solo stabilimento genovese ne servono almeno 35 mila tonnellate al mese.
«La disponibilità di prodotto c’è — dice Gianfranco Imperato, imprenditore e manager genovese alla guida di Trasteel, gruppo specializzato nel trading siderurgico che ha da poco acquisito la Magona di Piombino –. La situazione è complessa, ma presenta anche opportunità, se affrontata con realismo industriale. Il mercato siderurgico europeo vive una fase di transizione e forte incertezza, ma il prodotto c’è». Trasteel, spiega Imperato, ha già avviato interlocuzioni con i commissari straordinari e con la struttura commerciale dell’ex Ilva per individuare una soluzione. L’obiettivo è costruire un programma stabile che utilizzi Taranto per produrre coils a caldo destinati agli stabilimenti di trasformazione.
Intanto, a Novi Ligure, anche il circolo ricreativo ex Ilva è in difficoltà, una piccola storia che racconta la crisi di un colosso. «Abbiamo un accordo con la società: dovrebbe darci 120mila euro l’anno — racconta il presidente Lorenzo Robbiano — Nel 2025 sono arrivati solo 25mila euro, nel 2026 niente. Ho scritto all’azienda, ma non hanno mai risposto».