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Le imprese non si aggiustano da sole

(ansa)

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Se le imprese sono tra le organizzazioni più potenti della società, perché continuiamo a valutarne il successo quasi esclusivamente sulla capacità di produrre valore economico? È una domanda semplice, ma tutt’altro che scontata, al centro del lavoro dell’Osservatorio sulla Competitività delle Imprese dei Servizi, sostenuto da Cfmt confluita nel libro La sfida sociale. Perché le imprese non funzionano più e come possiamo aggiustarle, pubblicato da ROI Edizioni.

Per capire come siamo arrivati qui serve tornare indietro. Il capitalismo ha cambiato pelle molte volte. Dopo la Grande Depressione si impose un modello che riconosceva all’impresa una funzione più ampia nell’economia e nella società. Dalla crisi degli anni Settanta prese invece forza lo shareholder capitalism: l’idea che il compito prioritario dell’impresa fosse massimizzare il valore per l’azionista. È stato un modello potente. Ha disciplinato il management, spinto produttività e innovazione, accelerato la crescita. Ma ha anch…

Se le imprese sono tra le organizzazioni più potenti della società, perché continuiamo a valutarne il successo quasi esclusivamente sulla capacità di produrre valore economico? È una domanda semplice, ma tutt’altro che scontata, al centro del lavoro dell’Osservatorio sulla Competitività delle Imprese dei Servizi, sostenuto da Cfmt confluita nel libro La sfida sociale. Perché le imprese non funzionano più e come possiamo aggiustarle, pubblicato da ROI Edizioni.

Per capire come siamo arrivati qui serve tornare indietro. Il capitalismo ha cambiato pelle molte volte. Dopo la Grande Depressione si impose un modello che riconosceva all’impresa una funzione più ampia nell’economia e nella società. Dalla crisi degli anni Settanta prese invece forza lo shareholder capitalism: l’idea che il compito prioritario dell’impresa fosse massimizzare il valore per l’azionista. È stato un modello potente. Ha disciplinato il management, spinto produttività e innovazione, accelerato la crescita. Ma ha anche ristretto il campo visivo dell’impresa.

Ciò che non entrava nel conto economico è stato troppo spesso trattato come un effetto collaterale. Territori impoveriti, lavori fragili, disuguaglianze, erosione della fiducia, costi sociali scaricati sulle comunità: “esternalità”, appunto. Il punto non è sostenere che il capitalismo abbia fallito. Al contrario: proprio perché l’impresa è una formidabile macchina di innovazione e creazione di ricchezza, è paradossale continuare a utilizzarla con una definizione così angusta del valore.

È qui che si rompe il modello. Non perché il profitto sia diventato illegittimo, ma perché da solo non basta più a descrivere un’impresa che funziona. Il profitto resta una condizione essenziale. Non può però essere l’unico risultato che conta. Occorre recuperare il valore sociale dell’impresa: la sua capacità di generare, insieme alla prosperità economica, progresso per le persone, le comunità e i sistemi di cui essa stessa vive.

Questo recupero non ha nulla di filantropico. Non significa destinare a valle una parte degli utili a qualche buona causa. Significa riportare la dimensione sociale dentro la strategia, nelle scelte di prodotto, nelle filiere, nell’innovazione, negli investimenti, nei modelli di business. In altre parole, smettere di pensare che prima si crei valore economico e poi, eventualmente, lo si redistribuisca. Il salto è creare valore economico e sociale nello stesso processo.

Ma c’è un secondo passaggio, forse ancora più importante. Le grandi sfide sociali superano la scala della singola impresa. Nessuna azienda, per quanto grande, può affrontare da sola l’impoverimento di un territorio, la trasformazione del lavoro, l’esclusione sociale o il declino di un ecosistema produttivo. Eppure continuiamo a celebrare l’impresa-eroe, il leader visionario, la soluzione proprietaria. È una narrazione rassicurante, ma sempre meno utile.

Il valore sociale, quando vuole incidere davvero, diventa necessariamente valore collettivo. L’azione isolata deve lasciare spazio a forme strutturate di collaborazione tra imprese, istituzioni, terzo settore, università e comunità. Non una partnership occasionale o una somma di progetti, ma una capacità di lavorare su un problema comune, con una stessa agenda, obiettivi condivisi, metriche comparabili e responsabilità coordinate. Perché risorse, dati, competenze e capacità necessarie a produrre cambiamenti reali sono quasi sempre distribuite tra attori diversi.

È un cambio di prospettiva anche per la strategia. Per decenni abbiamo insegnato alle imprese a chiedersi come essere diverse dai concorrenti e conquistare una posizione di vantaggio. La domanda resta valida, ma oggi ne serve un’altra: quali problemi possiamo risolvere meglio insieme ad altri di quanto potremmo fare da soli?

Non è buonismo. È realismo. La complessità dei problemi sociali rende sempre meno plausibile l’idea dell’innovatore solitario. L’innovazione nasce spesso proprio nelle intersezioni tra organizzazioni differenti, quando competenze e prospettive che normalmente restano separate vengono messe al lavoro su un obiettivo comune. Collaborare bene, allora, non è il contrario di competere: può diventare una nuova forma di vantaggio competitivo.

“Aggiustare” le imprese, dunque, non significa renderle meno imprese. Significa ricordare che nessuna impresa prospera a lungo in una società che si impoverisce, perde coesione o smette di fidarsi delle proprie istituzioni economiche. Significa riallineare obiettivi e strumenti e riportare l’impresa a una funzione più ampia: creare prosperità economica contribuendo, allo stesso tempo, al progresso sociale.

Il prossimo salto del capitalismo potrebbe partire proprio da qui: da imprese che tornano a misurare il proprio successo non soltanto dal valore che riescono a trattenere, ma anche da quello che contribuiscono a creare intorno a sé.

* Professore ordinario di strategia aziendale, LIUC; ** Ricercatore di strategia aziendale, LIUC. Autori del libro “La sfida sociale. Perché le imprese non funzionano più e come possiamo aggiustarle”

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