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Acciaio o gasolio, manca sempre la politica industriale

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L’Europa doveva valutare in maniera più strategica la dismissione o la riconversione delle raffinerie europee, curando anche e soprattutto la parte ambientale
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Il metodo è sempre tamponare l’emergenza con un decreto che garantisca fondi a chi grida di più. L’aiuto sul caro carburante è l’ultima toppa di un Paese senza politica industriale.

Potremmo prenderla alla larga, partendo dall’Ilva. Che la filiera dell’acciaio sia fondamentale per un Paese che ha la sua forza nella manifattura è quasi scontato. Eppure i governi che si sono succeduti nel tempo non sono stati in grado di mettere in sicurezza, ambientale e produttiva, l’area a caldo dell’unico complesso in Italia che produce l’acciaio primario.

Una materia prima fondamentale per intere filiere, come quelle dell’automotive, dell’industria alimentare, degli elettrodomestici, degli arredamenti e dei sistemi meccanici. Il problema Ilva non andava circoscritto a…

Il metodo è sempre tamponare l’emergenza con un decreto che garantisca fondi a chi grida di più. L’aiuto sul caro carburante è l’ultima toppa di un Paese senza politica industriale.

Potremmo prenderla alla larga, partendo dall’Ilva. Che la filiera dell’acciaio sia fondamentale per un Paese che ha la sua forza nella manifattura è quasi scontato. Eppure i governi che si sono succeduti nel tempo non sono stati in grado di mettere in sicurezza, ambientale e produttiva, l’area a caldo dell’unico complesso in Italia che produce l’acciaio primario.

Una materia prima fondamentale per intere filiere, come quelle dell’automotive, dell’industria alimentare, degli elettrodomestici, degli arredamenti e dei sistemi meccanici. Il problema Ilva non andava circoscritto all’Italia, ma sarebbe dovuto approdare ai tavoli europei, perché la dipendenza da Cina e India per l’acciaio è ora un tema geopolitico che affligge tutta l’Europa.

La stessa sorte è toccata alle raffinerie. La capacità europea nel settore si è notevolmente ridotta. Secondo i dati elaborati da Ageei, dal 2009 a oggi l’Europa ha visto chiudere o riconvertire circa 30 raffinerie, passando da 100 poco più di 70 siti attivi, perdendo il 30% della capacità di raffinazione. Solo in Italia si è passati da 16 a 10 impianti operativi. Per la produzione dell’acciaio come per la raffinazione, i motivi sono economici e ambientali, due temi che spesso vanno a braccetto. Produrre in Cina e in India, o raffinare in Russia, ha costi minori perché spesso non vengono garantite le minime tutele ambientali.

La carenza di gasolio e di altri prodotti raffinati, aumentata con il conflitto ucraino e in Iran, ha acuito la crisi di un settore che in Europa è in via di smantellamento. Gli Stati Uniti, invece, non solo non hanno ridotto la propria capacità di raffinazione, che secondo i dati della U.S. Energy Information Administration crescerà fino al 2030, ma hanno perfino dato il via alla costruzione di nuove raffinerie. Lo scorso marzo, il presidente Trump ha accolto con favore la realizzazione di un impianto da 168mila barili al giorno al porto di Brownsville in Texas da parte della compagnia indiana Reliance. L’operazione è stata avviata dopo l’attacco all’ Iran con l’intento di creare una supremazia energetica per gli Stati Uniti.

Di certo l’Europa non può puntare a tanto. Ma dovrebbe quanto meno aver coscienza di ciò di cui ha bisogno. Costruire nuove raffinerie ha un costo notevole, intorno ai 40mila dollari a barile. Il che vuol dire che per una simile a quella di Brownswille servono oltre 6,5 miliardi di dollari.

Forse si sarebbe dovuto valutare in maniera più strategica la dismissione o la riconversione delle raffinerie europee, curando anche e soprattutto la parte ambientale. E se si pensa che per gli aiuti energetici post-Iran, i governi europei censiti da Bruegel hanno speso 11,9 miliardi, non si può certo dire che mancavano i fondi. Quel che davvero manca è una visione che si trasformi in politica industriale.

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