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La nuova era Mediobanca. Lovaglio spinge la fusione

ROCCA SALIMBENI SEDE DEL MONTE DEI PASCHI DI SIENA FOTO Enrico Ramerini /cge Fotogiornalismo  

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Il numero uno di Mps cerca di portare a termine il suo progetto, non gradito a Intesa Sanpaolo. La parola ora passa all’assemblea dei soci in programma il 29 ottobre
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Esattamente due anni fa l’assemblea di Mediobanca, sotto la guida dell’ad Alberto Nagel e del presidente Renato Pagliaro, approvava un bilancio record che evidenziava un utile netto di 1,274 miliardi. Ma da quel momento il destino della creatura di Enrico Cuccia ha preso una piega inaspettata. Basti ricordare che il prossimo 29 ottobre l’assemblea di Mps dovrà decidere se approvare la fusione che spalmerà le sue attività all’interno della banca senese. Ma se il voto fosse contrario Mediobanca finirà comunque sotto il cappello di Intesa Sanpaolo che sta per lanciare un’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) sul 100% del capitale di Mps con grandi probabilità di successo.

E quindi, in ogni caso, l’istituzione bancaria che per ottant’anni ha rappresentato l’avamposto della finanza laica in Italia finirà risucchiata dal gruppo bancario che dal 1982 in poi è stato costruito sulle ceneri del Banco Ambrosiano incarnando la massima espressione della finanza cattolica. Una sorte di puni…

Esattamente due anni fa l’assemblea di Mediobanca, sotto la guida dell’ad Alberto Nagel e del presidente Renato Pagliaro, approvava un bilancio record che evidenziava un utile netto di 1,274 miliardi. Ma da quel momento il destino della creatura di Enrico Cuccia ha preso una piega inaspettata. Basti ricordare che il prossimo 29 ottobre l’assemblea di Mps dovrà decidere se approvare la fusione che spalmerà le sue attività all’interno della banca senese. Ma se il voto fosse contrario Mediobanca finirà comunque sotto il cappello di Intesa Sanpaolo che sta per lanciare un’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) sul 100% del capitale di Mps con grandi probabilità di successo.

E quindi, in ogni caso, l’istituzione bancaria che per ottant’anni ha rappresentato l’avamposto della finanza laica in Italia finirà risucchiata dal gruppo bancario che dal 1982 in poi è stato costruito sulle ceneri del Banco Ambrosiano incarnando la massima espressione della finanza cattolica. Una sorte di punizione divina per Cuccia e i suoi discepoli, verrebbe da dire, e un estremo riconoscimento per Giovanni Bazoli, principale artefice del gruppo Intesa Sanpaolo (di cui è presidente emerito) come lo conosciamo oggi. Anche se fu proprio Cuccia, nel lontano 1999, a consegnare prima di morire le chiavi della Comit a Bazoli, che aveva appena fagocitato la Cariplo di Giuseppe Guzzetti all’interno del Banco Ambroveneto. Tra i due c’era una stima reciproca custodita nelle rispettive diversità di ispirazione. E oggi il mondo della finanza laica è profondamente scosso da quest’epilogo, pur considerando l’approdo di Intesa Sanpaolo come una pezza al buco provocato un anno fa dall’inaspettata incursione di Luigi Lovaglio sulle mura di Piazzetta Cuccia. La fusione di Mediobanca nell’appena risanato Monte dei Paschi, proposta fin dal gennaio 2025 dal banchiere lucano cresciuto in Unicredit, è stata sempre considerata uno sfregio alla gloriosa storia della merchant bank milanese. Plasmata, nell’ultimo decennio, intorno a un modello di business sofisticato e orientato al basso assorbimento di capitale (al contrario del passato) e soprattutto in antitesi allo schema della banca universale, che mette gli sportelli bancari nel motore dell’investment banking e del risparmio gestito, riproposto da Mps.

Ora Lovaglio vuole chiudere il cerchio intorno al suo progetto senza arretrare di un millimetro di fronte all’avanzata di Carlo Messina, facendo approvare una fusione in cui crede fermamente e che “divisionalizza” Mediobanca all’interno della banca più antica del mondo. Ha ricevuto l’avallo dei proxy advisor Iss e Glass Lewis, che hanno consigliato ai fondi di votare a favore della fusione. Ma in molti, tra cui i soci più forti, potrebbero invece seguire l’auspicio espresso da Intesa Sanpaolo di non proseguire su questa strada, anche se Messina non ha ancora chiarito che cosa ne sarà di Mediobanca una volta che Mps verrà conquistata. Nella presentazione dell’Opas del giugno scorso Messina aveva dato per scontata la fusione sottolineando le potenziali sinergie tra Intesa, Mediobanca e quel che rimarrà di Mps dopo la cessione di metà degli sportelli alla Unipol. Sinergie fino a 2,9 miliardi da far emergere nel credito al consumo, nel corporate & investment banking e nel wealth management. Ma ora che la fusione non è ancora avvenuta, Intesa ha invitato gli azionisti di Mps a non approvarla nell’assemblea del 29, in modo da tenersi le mani libere e decidere cosa fare una volta preso il controllo di Mps. Molto dipenderà dal livello di adesioni all’Opas che verrà raggiunto e che inciderà sui passi successivi. Intesa punta al delisting di Mps ma una percentuale di successo intorno al 70% la costringerebbe a un’Opa residuale, e se Mediobanca rimarrà quotata occorrerà anche un’Opa a cascata sulle sue minoranze. Operazioni che andrebbero a intaccare il capitale. Certo una Mediobanca a sé stante e unita all’Imi nel corporate & Investment banking, ad esempio, quotata o meno in Borsa, diventerebbe un player di livello europeo nello specifico settore e potrebbe anche dar fastidio ai colossi dell’investment banking mondiali, da Goldman Sachs a Morgan Stanley fino a Jp Morgan.

Il tema sull’indipendenza di Mediobanca era stato oggetto di scontro già nella primavera scorsa quando il piano di fusione di Lovaglio si contrappose a quello del secondo azionista di Mps, Caltagirone, che voleva mantenere Mediobanca separata e quotata. Poi l’assemblea di Mps di aprile portò alla riconferma di Lovaglio nel ruolo di ad e con un cda a suo favore il piano della fusione in Mps è proseguito. L’arrivo dell’Opas di Intesa Sanpaolo a giugno ha rimischiato le carte ma l’iter della fusione è andato avanti parallelamente alle barricate erette da Lovaglio per difendersi da Intesa (Ops su Banco Bpm e Banca Generali).

L’assemblea del 29 ottobre si sta dunque trasformando in un referendum sul destino di Mediobanca. E ancora una volta Delfin sarà determinante, in quanto primo socio di Mps. La finanziaria della famiglia Del Vecchio è stata una sostenitrice della prima ora all’incursione di Mps su Piazzetta Cuccia, anche con l’intento di spazzar via un management che era entrato in rotta di collisione con i suoi grandi azionisti. Raggiunto questo primo obiettivo Delfin ha continuato a sostenere il piano Lovaglio, votandolo in cda e risultando anche determinante per la riconferma del banchiere alla guida della banca senese, distinguendosi dal secondo azionista, Caltagirone, favorevole alla lista del cda che proponeva Fabrizio Palermo. La svolta è arrivata il 4 ottobre scorso quando Delfin, con un’inversione a U, ha dichiarato anzitempo di sostenere l’Opas di Intesa Sanpaolo, voltando le spalle a Lovaglio e impegnandosi a bocciare in assemblea i tre punti cardine del suo piano di difesa. Resta solo da vedere se sul punto riguardante la fusione di Mediobanca in Mps, non vincolante per l’Opas Intesa, Delfin voterà in coerenza con la linea seguita fino alla primavere 2026 o se farà prevalere il nuovo corso al fianco di Intesa Sanpaolo. Caltagirone ha già fatto sapere che sarà un sostenitore di Messina, votando contro la fusione, mentre i fondi potrebbero seguire le indicazioni dei proxy advisor votando a favore.

L’esito finale è dunque aperto e sullo sfondo di quest’ultima battaglia su Mediobanca si scorge come sempre la sagoma di Generali e quella partecipazione strategica del 13,2% che tutti cercano di conquistare. E qui potrebbe entrare in gioco l’autorità Antitrust, che sta esaminando la concentrazione sotto il profilo della concorrenza e che potrebbe piantare i suoi paletti anche in funzione di una Mediobanca (e quindi Generali) separata e indipendente o fusa all’interno del primo gruppo bancario del Paese.

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