MILANO – Corpo cinese e testa italiana. Per le nostre aziende la frontiera dei robot umanoidi nella catena di produzione su larga scala sta per passare da fantascienza a realtà. I player del settore si muovono già a passo spedito. Come Lutech, tra le protagoniste in Italia nella fornitura di tecnologie per la l’IA e la transizione digitale, che oggi ha mostrato la sua ultima “creazione”: il robot L.U.C.A. (Lutech humanoid Collaborative Assistant).
Il “corpo” come detto porta la firma di Ubitech, azienda cinese in prima fila al mondo nella produzione di robot umanoidi, ma a metterci il cervello è l’azienda italiana. Di fatto calibrandolo alle necessità che la singola azienda può avere. “Si tratta di un robot fortemente ingegnerizzabile: possiamo lavorare per insegnargli a svolgere attività specif…
MILANO – Corpo cinese e testa italiana. Per le nostre aziende la frontiera dei robot umanoidi nella catena di produzione su larga scala sta per passare da fantascienza a realtà. I player del settore si muovono già a passo spedito. Come Lutech, tra le protagoniste in Italia nella fornitura di tecnologie per la l’IA e la transizione digitale, che oggi ha mostrato la sua ultima “creazione”: il robot L.U.C.A. (Lutech humanoid Collaborative Assistant).
Il “corpo” come detto porta la firma di Ubitech, azienda cinese in prima fila al mondo nella produzione di robot umanoidi, ma a metterci il cervello è l’azienda italiana. Di fatto calibrandolo alle necessità che la singola azienda può avere. “Si tratta di un robot fortemente ingegnerizzabile: possiamo lavorare per insegnargli a svolgere attività specifiche e adattarlo alle esigenze dei clienti”, spiega Giorgio Ancona, chief delivery office di Lutech. La parola chiave è personalizzazione. Ma per chi? “E’ un robot che può essere addestrato a svolgere numerose attività, soprattutto lavori manuali, operazioni in ambienti rischiosi per le persone o attività svolte in condizioni climatiche difficili. Può essere utile anche per i compiti altamente ripetitivi”, spiega ancora Ancona.
Il modello Robot as a service
Non si parla di prototipi, ma di soluzioni pronte a sbarcare in fabbrica. “Abbiamo stretto accordi con una ventina di aziende, penso che entro Natale potranno già arrivare all’interno delle imprese”, spiega Manfredo D'Alessandro Caprice, Head of Industrial di Lutech. “Il nostro modello è il Robot as a service. Ci confrontiamo con l’azienda per capire prima se e dve ha senso utilizzarlo. Identifichiamo i casi d’uso e verifichiamo se è economicamente conveniente. Poi creiamo l’ambiente digitale della fabbrica, realizziamo l’integrazione con i sistemi e portiamo il robot all’interno”.
Il digital twin
Tassello chiave di questa soluzione tecnologica è il digital twin. Di fatto per addestrare il robot viene creato uno spazio di lavoro digitale equivalente a quello fisico. In questo modo il robot impara a lavorare, muoversi e interagire con tutto quello che immagina di trovare. Ma cosa cambia rispetto ai robot che già popolano le nostre aziende da decenni? Che necessità di averne uno con le sembianze di un uomo? “ Il punto non è semplicemente avere un braccio meccanico che ripete sempre la stessa operazione. Qui parliamo di un sistema che conosce l'ambiente, può essere addestrato digitalmente, può adattarsi e soprattutto è integrato con i sistemi aziendali”, prosegue D'Alessandro Caprice.
Robot uguali agli umani
Speciali sì, ma non troppo. Anche per questo le fattezze dei robot sono, appunto, umanoidi. Per integrarsi all’interno del ciclo produttivo di un’azienda devono quantopiù assomigliare ai loro omologhi. Anche nei loro limiti. Questi ad esempio possono sollevare “appena” 15 chili. Poco, in apparenza, per dei robot. “Il punto è che il robot deve lavorare insieme alle persone. Se immaginiamo una linea in cui una parte dell'operazione viene eseguita da una persona e una parte dal robot, devono avere caratteristiche compatibili”. Nuova declinazione dell’efficienza applicata ai robot in fabbrica. L’obiettivo è non essere peggiori, ma nemmeno eccessivamente migliori.