ROMA - Dentro o fuori, è il momento delle scelte. Quando all’ora di pranzo convoca i leader di maggioranza a palazzo Chigi per l’ultimo vertice sulla manovra, Giorgia Meloni indossa i panni dell’arbitro. Tira fuori il fischietto per provare a mettere ordine in un campo dove i giocatori corrono all’impazzata da una parte all’altra, senza trovare la rete per il goal. Avversari più che alleati. «Serve buonsenso», scandisce la premier ai suoi vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, che siedono al tavolo insieme al leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. A dare man forte alla linea ci sono anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e i sottosegretari Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano.
La traduzione dell’appello alla responsabilità arriva a stretto giro. «Continuate a fare proposte, ma i soldi sono pochi», chiosa la padrona di casa. Gli ingredienti da mescolare per fare venire fuori «una torta che si può mangiare» – copyright di Giorgetti – non tornano. Il tempo, però, stri…
ROMA - Dentro o fuori, è il momento delle scelte. Quando all’ora di pranzo convoca i leader di maggioranza a palazzo Chigi per l’ultimo vertice sulla manovra, Giorgia Meloni indossa i panni dell’arbitro. Tira fuori il fischietto per provare a mettere ordine in un campo dove i giocatori corrono all’impazzata da una parte all’altra, senza trovare la rete per il goal. Avversari più che alleati. «Serve buonsenso», scandisce la premier ai suoi vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, che siedono al tavolo insieme al leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. A dare man forte alla linea ci sono anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e i sottosegretari Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano.
La traduzione dell’appello alla responsabilità arriva a stretto giro. «Continuate a fare proposte, ma i soldi sono pochi», chiosa la padrona di casa. Gli ingredienti da mescolare per fare venire fuori «una torta che si può mangiare» – copyright di Giorgetti – non tornano. Il tempo, però, stringe. Al Consiglio dei ministri per il via libera alla Finanziaria, atteso oggi alle 15, mancano poche ore. Ma l’urgenza viene disattesa.
La discussione che anima la riunione assomiglia a un battibecco negli spogliatoi. È Tajani, già crucciato per il contributo a carico delle banche, a dire che Forza Italia riceverà ben poco dalla manovra. Il taglio delle tasse per i giovani è una proposta della coalizione, non bastano la carta per le spese sanitarie degli anziani e l’esenzione dei piccoli istituti dal balzello per caratterizzare l’incasso forzista.
Il confronto è con la Lega. Il fondo da un miliardo per le pensioni anticipate e l’estensione della flat tax a 100mila euro – è il rilievo – riempiono il bottino elettorale di Salvini. «Invece ci siamo dimenticati del ceto medio», annota stizzito il leader degli azzurri. Meloni apre. Annusa il rischio di tradire un pezzo di elettorato a cui da mesi ha promesso un segnale. Chiede perciò al titolare del Tesoro di fare tutto il possibile per trovare le coperture che servono a dare una sforbiciata all’Irpef per il ceto medio. Detto, fatto. Ai tecnici della Ragioneria viene affidato il compito di capire come portare l’asticella dell’aliquota del 33% a 54-55mila euro. Le luci degli uffici di via XX settembre resteranno accese tutta la notte alla ricerca di una quadra.
Il vertice prova comunque a impostare una soluzione preventiva. Si dibatte sulla possibilità di allargare il contributo a carico delle società energetiche. Lo schema prevede un intervento sugli extraprofitti, oltre all’estensione dell’aumento dell’Irap di due punti percentuali nel 2028 e 2029. Ma gli extraprofitti fanno venire l’orticaria a FI. Anche la premier non è convinta. Già il negoziato con gli istituti di credito è complicato. «Abbiamo trovato un accordo fra di noi, ma con le banche...», ammette Giorgetti. Il fronte con le big dell’energia rischia di trasformarsi in un altro bagno di sangue. Ma le esigenze della manovra non possono essere ristrette più di tanto: la conclusione è che i colossi energetici dovranno comunque diventare sponsor della manovra. Si capirà stamattina, con i numeri della Ragioneria in mano, se il taglio dell’Irpef sarà ripescato.
Il resto del menù della manovra è sostanzialmente pronto. Le portate sono ridotte, dalla mini Irpef per i giovani al bonus per le madri lavoratrici. Tolta la fetta più consistente delle spese per l’energia, su cui nelle ultime ore è maturata l’intesa con la Ue, e per la difesa, il resto è fatto di micro interventi. Meloni, però, proverà ad allargare il perimetro della sua ultima legge di bilancio. Nelle ultime ore ha sentito Ursula von der Leyen. Alla presidente della Commissione europea ha ribadito la necessità di spendere una parte dell’extragettito generato dall’inflazione per aiuti contro i rincari. La premier spera in un via libera da tradurre in uno scostamento di bilancio bis durante l’iter parlamentare della manovra. In alternativa, ragiona, la flessibilità aggiuntiva potrebbe tornare utile per sfornare un paio di decreti prima del voto. Nel frattempo sparge equilibrio e prudenza: «Manteniamo gli impegni facendo quadrare i conti», dice a sera per tenere la barra dritta. Un altro messaggio agli alleati. L’ultimo, spera.