ROMA – «Teniamoci pronti alle urne», è l’avviso di Giorgia Meloni agli alleati, al termine di un vertice tribolato sulla manovra. Dopo il varo della legge di bilancio da parte del Parlamento, sul finire di dicembre, arriverà la sterzata verso le Politiche. Stavolta, nel chiuso di Palazzo Chigi, la premier non ripete quale sia in concreto la road map che ha in testa, Quirinale permettendo, per lo scioglimento delle Camere. Ha già spiegato a Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi che l’orizzonte che considera più praticabile è maggio-giugno, con le dimissioni subito dopo il consiglio europeo di Roma, che si svolgerà a fine marzo, con tutti i leader europei attesi sullo scalone del Campidoglio.
Il problema, che viene affrontato nella riunione con i le…
ROMA – «Teniamoci pronti alle urne», è l’avviso di Giorgia Meloni agli alleati, al termine di un vertice tribolato sulla manovra. Dopo il varo della legge di bilancio da parte del Parlamento, sul finire di dicembre, arriverà la sterzata verso le Politiche. Stavolta, nel chiuso di Palazzo Chigi, la premier non ripete quale sia in concreto la road map che ha in testa, Quirinale permettendo, per lo scioglimento delle Camere. Ha già spiegato a Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi che l’orizzonte che considera più praticabile è maggio-giugno, con le dimissioni subito dopo il consiglio europeo di Roma, che si svolgerà a fine marzo, con tutti i leader europei attesi sullo scalone del Campidoglio.
Il problema, che viene affrontato nella riunione con i leader del centrodestra, sono le mosse della Consulta, chiamata a pronunciarsi sulla nuova legge elettorale. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, davanti a microfoni e taccuini loda la riforma: «La nuova legge elettorale – dice al forum Moneta - è congegnata per dare stabilità ed è un fattore importante». In realtà, poche ore prima, lo stesso titolare del Mef ha assistito alla discussione tra Meloni, Salvini e Tajani, densa di dubbi sulla tenuta dell’impianto davanti alle toghe della Corte costituzionale. In particolare, le preoccupazioni, nel corso del vertice, si concentrano sul premio nazionale fissato al Senato.
La Costituzione all’articolo 57 parla, per la Camera alta, di seggi distribuiti su base regionale. Il grande cruccio è che dunque salti il maxi-premio a Palazzo Madama, con una sentenza applicativa che introduca mini-premi regionali. Rendendo più che possibile uno scenario che Meloni avrebbe voluto a tutti i costi evitare: due maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Tradotto: ingovernabilità o compromessi dopo le urne, parole tabù per la leader di FdI. C’è anche lo scenario opposto, che alle orecchie dei meloniani è arrivato dagli esperti in materia del Pd: che si voti con un proporzionale puro, cioè che venga annullato in simultanea anche il premio di maggioranza a Montecitorio, perché strettamente connesso con quello del Senato, nella riforma approvata in via definitiva venti giorni fa.
Dunque, che fare? Una soluzione a portata di mano non c’è. Si ragiona – ma è un’ipotesi che al momento viene scartata – della possibilità di anticipare ancora la corsa verso le urne. I tecnici di Palazzo Chigi sarebbero a lavoro per accertare se, in caso di scioglimento delle Camere prima della sentenza della Consulta, l’esito delle elezioni sarebbe comunque disciplinato dalla legge elettorale originaria. Anche se la Corte dovesse esprimersi prima dei seggi. È un susseguirsi di incertezze e rompicapi, che scombussola la strada verso il voto e che indispettisce la premier. Anche se l’avvertimento ai soci di governo resta quello: «Dopo la manovra, teniamoci pronti».