Confindustria attacca la riforma dell’artigianato: “Gravi conseguenze per il Paese, ci opporremo”
di Filippo SantelliROMA – Un duro atto d’accusa contro le associazioni degli artigiani, perché Palazzo Chigi intenda. Il giorno dopo l’approvazione preliminare da parte del Consiglio dei ministri della riforma dell’artigianato, che permetterà alle aziende del settore di crescere e strutturarsi preservando il regime di vantaggio di cui godono, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini esprime tutta la frustrazione dell’associazione imprenditoriale. Lo fa attaccando direttamente le sigle del mondo artigiano, accusate di “voler difendere il proprio sistema di rappresentanza e i propri bilanci”. Parla di “conseguenze molto gravi” per i lavoratori, le imprese non artigiane e la crescita del tessuto industriale del Paese. E pur evitando un frontale con il governo – come da stile della casa – chiede all’esecutivo di “continuare il confronto costruttivo”, cioè in sostanza di modificare la norma. Prima dell’approvazione definitiva, il decreto legislativo dovrà passare dalla Conferenza Stato-Regioni e da una…
ROMA – Un duro atto d’accusa contro le associazioni degli artigiani, perché Palazzo Chigi intenda. Il giorno dopo l’approvazione preliminare da parte del Consiglio dei ministri della riforma dell’artigianato, che permetterà alle aziende del settore di crescere e strutturarsi preservando il regime di vantaggio di cui godono, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini esprime tutta la frustrazione dell’associazione imprenditoriale. Lo fa attaccando direttamente le sigle del mondo artigiano, accusate di “voler difendere il proprio sistema di rappresentanza e i propri bilanci”. Parla di “conseguenze molto gravi” per i lavoratori, le imprese non artigiane e la crescita del tessuto industriale del Paese. E pur evitando un frontale con il governo – come da stile della casa – chiede all’esecutivo di “continuare il confronto costruttivo”, cioè in sostanza di modificare la norma. Prima dell’approvazione definitiva, il decreto legislativo dovrà passare dalla Conferenza Stato-Regioni e da una nuova valutazione delle commissioni parlamentari.
Concorrenza sleale
Nel mirino degli industriali ci sono le varie disposizioni della riforma che consentirebbero agli artigiani di crescere, assumere e organizzarsi in modo più flessibile senza perdere i vantaggi, contributivi e normativi, di cui godono. A cui si aggiunge la norma inserita nella legge di Bilancio che consente alle imprese artigiane attive da almeno sette di anni di superare del 20% i limiti dei dipendenti previsti per la propria categoria, oggi fissati a 14 per l’edilizia, 8 per il trasporto, 40 per l’abbigliamento, 22 per le produzioni non in serie. Dietro queste novità gli industriali vedono una competizione al ribasso e non equa. “La nostra posizione è semplice: stessa attività, stessi diritti per i lavoratori, stessi obblighi contributivi e stesse regole di concorrenza”, scrive Orsini, aggiungendo che Confindustria difenderà questi principi in ogni sede e con ogni strumento. Anche Confapi, associazione della piccola e media industria, ha ribadito ieri la propria contrarietà, ricordando che a parità di settore le retribuzioni dell’artigianato sono del 20-25% più basse”. Contrari anche i sindacati che in una rara consonanza con gli industriali denunciano i rischi per diritti e contribuzioni del lavoratori.
Una premier vicina
Di segno opposto ovviamente i commenti della associazioni artigiane, Cna e Confartigianato, che nell’aggiornamento di una normativa che risale al 1985 vedono la possibilità di continuare a competere in un mondo tutto diverso. Mercoledì, prima del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla riforma, Meloni ne ha anticipato l’approvazione intervenendo all’assemblea nazionale di Confartigianato, dove ha definito gli artigiani dei “beni culturali viventi”. Quel mondo è e uno dei più solidi bacini di consenso della maggioranza di governo e la sua base – 1 milione e 220 mila aziende – fa gola in questi tempi elettorali. La scarsa dimensione delle imprese è da tutti gli analisti indicata come uno dei grandi limiti del sistema produttivo italiano, che frena investimenti, competitività e salari. E mentre coccolava i piccoli, il governo Meloni non ha fatto nulla per incentivarne la crescita della aziende, anzi. Tre anni fa ha abolito l’Ace, un efficace incentivo che risaliva al 2011 per favorire la capitalizzazione delle imprese. Mentre in questa manovra, almeno per il momento, non compaiono i sostegni alle aggregazioni che Confindustria aveva chiesto.